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Aldo Moro: quarant’anni dopo tutte le incertezze sulla vicenda

Il rapimento diede il via agli "anni di Piombo" che funestarono il Paese

Aldo Moro: quarant’anni dopo tutte le incertezze sulla vicenda

Quarant’anni fa, il 16 marzo 1978 verso le ore 9, avvenne il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e l’eccidio dei cinque agenti della sua scorta a Roma, in via Fani, nel quartiere della Camilluccia.
L’auto che trasportava lo statista democristiano da casa sua (viale del Forte Trionfale) alla Camera dei Deputati fu intercettata e bloccata da un nucleo armato delle Brigate Rosse che uccisero i due carabinieri (Oreste Leonardi, 52 anni, e Domenico Ricci, 42) che erano a bordo dell’auto di Moro, e i tre poliziotti ( Raffaele Iozzino, 23 anni, Giulio Rivera, 24 e Francesco Zizzi, 30) che viaggiavano sull’auto di scorta e sequestrarono Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana.

L’operazione “Fritz”

L’agguato, denominato dai brigatisti in codice come operazione “Fritz”, venne attuato da almeno undici persone, di cui quattro travestite da avieri civili formavano il cosiddetto “gruppo di fuoco” incaricato di sparare ed uccidere gli uomini della scorta.
Una perizia balistica acclarò che furono sparati da mitra, pistole, fucili in tutto 91 colpi, 45 dei quali crivellarono i cinque agenti.
Dalle indagini giudiziarie, emerse che tra via Fani e l’incrocio con via Stresa, erano presenti, tra gli altri, i brigatisti Rita Algranati, Alessio Casimirri, Barbara Balzarani,Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Mario Moretti, Alvaro Lojacono, Raffaele Fiore e Prospero Gallinari, definiti dai giornali il “gotha delle Brigate Rosse”.

L’inizio degli anni di piombo

Fu l’inizio degli “anni di piombo”, una sorta di guerra civile che sgomentò e stordì tutti anche se lo Stato, in primis il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, non capì (o non volle capire) il pericolo reale e, forse, non era preparato a fronteggiare i brigatisti i quali non miravano più soltanto alla gambe degli “avversari” ma li uccidevano.
La stella a cinque punte e la P38 (una pistola che i brigatisti mimavano con tre dita: pollice, indice, medio) diventarono il simbolo di quel triste periodo caratterizzato, soprattutto, dall’attacco al cuore dello Stato.

Sospese le attività quotidiane

La notizia dell’attentato terroristico si diffuse rapidamente e le attività quotidiane furono sospese: a Roma i negozi abbassarono le saracinesche, e in ogni angolo d’Italia i lavoratori sospesero le attività, gli studenti si riunirono in assemblee spontanee, le trasmissioni televisive e radiofoniche furono interrotte e sostituite da notiziari in edizione straordinaria.

Perché proprio quel giorno?

Perché l’attentato fu programmato per il 16 marzo 1978?
Quello era un giorno particolare per il nostro Paese poiché era previsto il voto di fiducia al IV governo Andreotti e, per la prima volta, con il voto favorevole del Partito Comunista.
L’artefice, anzi il “tessitore” dello storico accordo, fu l’on. Aldo Moro.

Ritrovamento del corpo senza vita

Dopo 55 giorni di paure, depistaggi, compromessi, tentennamenti, pianti, preghiere e scritti (significativi quelli di papa Paolo VI), di speranze, ricerche e trattative infruttuose, ecco che una telefonata delle Brigate Rosse avvertì la questura di Roma che il corpo di Aldo Moro (crivellato di colpi) era nel bagagliaio di una Renault 4 di color rosso, parcheggiata in via Caetani, una zona centralissima della Capitale, tra le sedi della DC (piazza del Gesù) e del PCI (via delle Botteghe Oscure), ultimo atto sprezzante dei brigatisti verso le Istituzioni. Era il 9 maggio 1978.

Troppe domande senza risposta

Dopo quarant’anni, permangono ancora troppe domande senza risposta malgrado “quattro processi per la verità giudiziaria” con tante condanne ma poche certezze sulle reali motivazioni che portarono alla drammatica vicenda del 16 marzo 1978.
I responsabili furono certamente le Brigate Rosse.
Ma chi li fiancheggiò?
I Servizi segreti deviati e il terrorismo internazionale?
O, altri soggetti stranieri?

Stati Uniti contrari al Governo con il Pci

Gli Stati Uniti, ad esempio, erano contrari a un governo italiano sostenuto dal Partito Comunista di Enrico Berlinguer che avrebbe, probabilmente, rimesso in discussione la presenza delle basi americane sul nostro territorio.
L’Unione Sovietica, poi, non poteva consentire, in un periodo di “guerra fredda” tra i due blocchi USA e URSS, che in un Paese occidentale come il nostro, il PCI potesse governare in maniera democratica attraverso il consenso popolare.
Guido Gabbio

f.duretto@lanuovaprovincia.it

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