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Asti: aumentano i bulli alle elementari

La psicologa Gloria Fasano spiega come nascono i leader negativi anche tra i più piccoli

Bulli in aumento tra i piccoli

Fenomeno in crescita di cui sui giornali si parla poco, il bullismo tra bimbi, specie delle scuole elementari, può trasformarsi in un problema molto serio i cui effetti, di solito, emergono nella loro innegabile gravità molti anni dopo quando il soggetto è ormai entrato nell’adolescenza o nell’età adulta. Qualche giorno fa anche ad Asti sono stati organizzati alcuni appuntamenti dedicati al tema del bullismo e alla sua prevenzione. Eventi fortemente voluti dall’assessorato alle politiche giovanili e dal mondo della scuola dove più facilmente si possono verificare episodi simili. Gli istituti superiori stanno cercando di affrontare la questione con lezioni specifiche o eventi mirati (al Castigliano esiste anche un apposito centro di ascolto), ma anche nelle scuole elementari il fenomeno c’è ed è in crescita. Il problema è come scoprirlo. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Gloria Fasano, psicologa, psicoterapeuta, consulente del tribunale e presidente dell’UNICEF di Asti.

«Oggi registriamo casi più allarmanti alle elementari e medie che non alle superiori – spiega la specialista – Si osservano tanto aggressioni fisiche e verbali che comportamenti tesi all’esclusione di un individuo dal gruppo attraverso dicerie infamanti e scherno».

La rete di prevenzione

E’ per questo che la dottoressa Fasano punta molto sulla necessità di fare prevenzione a livello di rete coinvolgendo i genitori, gli insegnanti, i dirigenti scolastici, ma anche il personale ATA, tra cui i bidelli e i collaboratori scolastici.

«Se un bidello nota che succede qualcosa, magari nei bagni durante l’intervallo, è tenuto a segnalarlo affinché gli insegnanti e il dirigente possano intervenire tempestivamente prima che il fenomeno degeneri. Spesso, però, gli adulti che osservano comportamenti da bullo tendono a non sentirsi investiti da alcuna responsabilità o potere e preferiscono evitare il disagio del coinvolgimento».

Poiché bulli non si nasce, ma si diventa, anche in età tra 6 e 10 anni, è opinione della dottoressa Fasano che le dinamiche familiari siano uno dei motivi per cui un bambino diventi aggressivo e quindi il bullo della classe. I bambini viziati possono diventare bulli, ma «attenzione, – continua la psicologa – quando si parla di viziatura non si intende coprire il bambino di regali, ma piuttosto porre il figlio sotto una campana di vetro per sottrarlo a frustrazioni che invece sarebbero un’occasione di crescita e il sostituirsi a lui nei compiti che gli competono per sollevarlo dall’affrontare le difficoltà. In questo modo – continua la specialista – non gli si concede l’opportunità di acquisire gli strumenti utili successivamente ad affrontare la vita. Invece sarebbe importante dare al bambino la possibilità di misurarsi attraverso sfide congrue alla sua età perché uscirne vittoriosi grazie al proprio impegno è un modo per alimentare l’autostima e rispondere al quesito fondamentale con cui deve fare i conti un soggetto in età evolutiva: chi sono io? Qual è il mio valore? Purtroppo chi non riesce a dare una risposta “sana” a queste domande, per mezzo di successi scolastici, sportivi o relazionali cerca di ottenere il riconoscimento degli altri attraverso azioni che lo distinguano come leader negativo».

Ascoltare i bambini e i segnali di disagio

Il passaggio educativo parentale è quindi necessario, ma dev’essere di qualità e ciò richiede del tempo. Quando invece il bambino viene trascurato per altre necessità (lavoro, problemi familiari, priorità di altro genere), lo stesso cercherà altrove questi stimoli e di solito verrà abbandonato davanti alla tv, a Youtube e con uno smartphone sempre a portata di mano. Qui salta fuori l’altro problema, quello che interessa i genitori non sufficientemente informati sui rischi della rete e delle tecnologie come WhatsApp. Ma che male potrà mai fare il più noto sistema di messaggistica istantanea?

«Sono convinta che regalare uno smartphone ad un bambino delle elementari sia un atteggiamento da ignoranti, nel senso che si ignorano i rischi cui si espongono i bambini anche solo permettendo loro di accedere a WhatsApp ritenendolo un modo innocuo di scambiarsi informazioni tra compagni di scuola. Il genitore si illude – continua l’esperta – che sia sufficiente istallare una app di parental control per essere sicuri di proteggere il figlio da contenuti inadatti alla sua età, non rendendosi conto che la curiosità e il fisiologico desiderio di trasgressione dei bambini e dei ragazzi li spinge ad inviarsi video tramite i gruppi WhatsApp di cui anche solo uno di loro è riuscito ad entrarne in possesso. I contenuti di questi video, che possono essere anche di tipo sessuale e/o violento, non solo li turba, in quanto ancora emotivamente impreparati a comprenderne il loro significato, ma li porta a ritenere normali e quindi replicabili quei comportamenti. Un bambino che condivida con i coetanei il “divertimento” di vedere un gruppo di bambini che picchia un altro bambino o abbia atteggiamenti sessualizzati, sarà portato a pensare di poter ottenere consenso facendo la stessa cosa. Ma anche rimanendo alla normale messaggistica tra compagni, è frequentissimo che all’interno di un gruppo WhatsApp di bambini a un certo punto uno di essi venga preso di mira perché non in linea con gli standard del gruppo e venga letteralmente bersagliato di sms che attaccano la sua immagine, andando a minare il senso che dà alla propria identità».

E’ in questo modo che si ottiene esattamente il risultato opposto che il genitore sperava di ottenere regalandogli uno smartphone: quello di non farlo sentire diverso dagli altri. I bambini che frequentano il primo ciclo della scuola primaria non hanno gli strumenti per valutare in maniera critica e corretta ciò che ricevono nel messaggio e che si tratti di immagini sessualmente esplicite, oppure di violenza contro altri soggetti, come nel caso di animali, il messaggio viene distorto e si gettano le fondamenta per futuri atteggiamenti di violenza e prevaricazione verso il prossimo.

Il bullismo psicologico

Sembra banale, ma il bullismo, a quell’età, è fatto anche di atteggiamenti che tendono ad escludere un bambino perché considerato non in linea con gli standard del gruppo: non ha il cellulare di ultima generazione, non indossa una certa marca di vestiti, etc. «Questo è un bullismo psicologico, – precisa la dottoressa Fasano – ben più pesante di quello fisico, perché non si vede subito, non è come un pugno in pancia. Il cyberbullismo, in rete come nei telefonini e quindi nei gruppi di WhatsApp, è ancora più pericoloso perché non è circoscritto in un dato luogo e continua anche quando pensi di essere al sicuro nella tua cameretta. Non si interrompe mai, talvolta neppure di notte. Ed è molto più difficile da denunciare agli adulti, perché ti pone in una condizione vergognosa, quando non di colpa, per aver inizialmente commesso azioni riprovevoli che sono state filmate e poi diffuse».

L’emulazione di ciò che i bambini vedono in rete non è meno preoccupante di quella che osservano dal vivo, soprattutto nell’ambiente domestico. «I bambini replicano i modelli che respirano in famiglia, nel bene e nel male. Se tra i genitori ci sono modelli di aggressività verbale o fisica, il figlio tende a riprodurli negli ambienti che frequenta, come la scuola». Frasi quali “se fai quella determinata cosa ti denuncio” oppure “piuttosto che lasciare a te questa casa la brucio”, magari pronunciata da genitori separati, vengono scolpite come sulla pietra nella mente del bambino e lì restano, fermentando fino alla prima occasione in cui tali atteggiamenti vengono riprodotte.

I cambiamenti di umore,un primo sintomo

E’ per questo che nella scuola gli insegnanti devono essere molto bravi nel cogliere al volo e capire, negli alunni, i potenziali segnali di un malessere che potrebbe significare atti di prevaricazione e di bullismo fisico o psicologico. «Di solito le vittime diventano tristi e cupe, manifestano ansia, non vogliono andare a scuola ed è per questo che non credo sia possibile, per un insegnante, non accorgersi di questi fenomeni» puntualizza la dottoressa Fasano. Se ci sono genitori che non sanno cogliere i segnali di questo malessere, ce ne sono altri che, invece, hanno una certa capacità nel creare tutte le condizioni sbagliate e utili a far crescere il bullo di domani. «Spesso i genitori sono miopi ed inclini a vedere solo gli effetti a breve termine delle proprie scelte educative, non vedendo invece le implicazioni a lungo termine, cioè come evolverà un determinato comportamento del figlio. Preoccupati a risparmiargli un disagio immediato o svogliati nell’intraprendere un’azione educativa impegnativa come il rimanere fermi sulle proprie posizioni e mantenere un divieto, si affrettano a soddisfare i bisogni del bambino o a difenderlo dalle giuste conseguenze di una malefatta impedendogli così di imparare ad accettare i limiti, a tollerare le frustrazioni e a contenere i propri impulsi. Non sorprendiamoci poi se ci ritroviamo davanti ad un futuro adulto borderline o che stalkerizza chi osa opporgli un rifiuto».

Esempi che, tradotti nella vita di tutti i giorni, significano per molti genitori non accettare che altri (insegnanti, allenatori, etc.) giudichino i loro figli, specie se non all’altezza di un compito, un’interrogazione o una gara.

I figli non sono trofei da ostentare

«Alla base del bullismo c’è anche poca attenzione nel promuovere l’empatia come un valore, anzi: ogni giorno dal web e dalla televisione veniamo bombardati da messaggi che innalzano l’arroganza, la prepotenza, la furbizia, il successo senza meriti e la trasgressione delle regole come valori positivi. Il fine giustifica i mezzi. Esempi che, tradotti nella vita di tutti i giorni, inducono molti genitori a non accettare che gli altri – specie insegnanti, allenatori, educatori – giudichino o riprendano i figli». Padri e madri che insultano gli allenatori o gli arbitri, ma anche gli insegnanti aprono una vera autostrada per il bullismo, specie se il fatto avviene in presenza del minore. «Il rischio è quello di scambiare i figli come trofei per competere con gli altri genitori, sottoponendoli a pressioni psicologiche eccessive ed ansiogene. Spesso il bullo è un ragazzino che si sente inadeguato rispetto alle aspettative della famiglia ed è convinto di trovare nella sopraffazione la soluzione al rischio della caduta della sua immagine pubblica».

I rischi di una società liquida

Ecco perché la prevenzione parte dalla famiglia, passa dalla scuola e dai soggetti deputati a segnalare situazioni sospette prima che degenerino in casi limite o prima che si superi il punto di non ritorno. «Da madre – conclude la specialista – mi preoccupa molto la società in cui viviamo, perché è liquida, senza confini, dove si sono perse quelle linee guida che permettevano a chiunque, anche ai meno esperti di educazione, di sapere quale direzione indicare alle nuove generazioni, riducendo enormemente l’insicurezza educativa che invece contraddistingue i genitori di oggi, confusi tra quello che è bene fare o non fare. Oggi vale tutto ed il contrario di tutto. Credo che la soluzione consista nell’attivare progetti capillari di rete, tesi ad informare e formare i genitori in primis, ma anche gli insegnanti a lavorare preventivamente sul clima di classe, sull’educazione all’affettività e alla gestione del conflitto».

Bulli non si nasce, si diventa, ma le prime vittime dei bulli sono loro stessi, rimasti da soli quando hanno tentato di chiedere aiuto, senza riuscirci, perché non siamo stati in grado di ascoltarli.

Riccardo Santagati

r.santagati@lanuovaprovincia.it

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