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Asti, campo nomadi: chiuderlo costerebbe quasi 2 milioni di euro

Il Comune dovrebbe acquistare per ogni famiglia rom - sono 42 - una nuova abitazione valutata tra 70.000 e 80.000 euro: ma i soldi non ci sono

Campo nomadi: ecco il Piano sociale

E’ stato riattivato ieri, giovedì, il servizio di scuolabus che porta a lezione i minori del campo rom. Era stato temporaneamente sospeso a seguito di spiacevoli episodi avvenuti a bordo dove un operatore dell’Auser, che accompagnava i nomadi, era stato insultato pesantemente da alcuni ragazzi. Il servizio, a carico del Comune, è stato ripristinato, ma a vegliare sul comportamento dei giovani rom è tornato Fadil, residente nel campo e già in passato addetto a questo controllo. Lunedì gli assessori Cotto e Pietragalla, insieme al magistrato Masia del Tribunale, avevano incontrato i genitori rom per invitarli a mandare i figli a scuola, almeno fino a 16 anni come previsto dalla legge. A oggi si contano 20 inadempienti e per diversi di loro è stata presentata una segnalazione alla Procura. Il ripristino del servizio di scuolabus e il ritorno di Fadil sembra aver arginato, almeno per ora, il problema delle assenze a scuola (anche se non per tutti), però, al di là del caso specifico, le criticità del campo rom continuano a creare dissidi tra residenti e amministratori.

Il Comune acquisterebbe le case ai rom

La soluzione potrebbe arrivare dal Piano Sociale che il Comune di Asti ha predisposto per superare il campo nomadi di via Guerra. Il documento è stato presentato in Giunta all’inizio del mese, ma la sua applicazione tout court costerebbe poco meno di 2 milioni di euro che il Comune, ad oggi, non ha. Il Piano, stando a quanto appreso, avvierebbe una serie di interventi mirati sui singoli nuclei familiari del campo rom che oggi sono 42, con circa 250 residenti di cui 130 minori. Il più costoso di questi interventi prevede l’acquisto di una casa per ogni famiglia, un’abitazione che in media dovrebbe costare, sempre al Comune, tra 70.000 e 80.000 euro. Si pensa a cascine dislocate su più località dove i rom andrebbero ad abitare in un piano di inserimento sociale, cui si aggiunge l’obbligo scolastico per i minori, ma anche un percorso di inserimento lavorativo per gli adulti. Le famiglie, in futuro, prenderebbero la residenza nel nuovo comune, ma resterebbero iscritti all’Anagrafe del capoluogo per i 4 anni successivi al trasloco e seguiti dai servizi sociali di Asti per un biennio. Da escludere categoricamente il trasferimento dell’intero campo in altro luogo perché, secondo le regole dell’Unione Europea, rappresenterebbe di fatto una “deportazione”, quindi un atto illegale.

Cotto: «Puntiamo alla convivenza»

«Il Piano Sociale c’è, ma non ci sono i soldi per attuarlo – commenta l’assessore alle politiche sociali Mariangela Cotto – Io, in questo momento, punto più alla convivenza che all’integrazione ed è pacifico che questi campi dovranno essere chiusi. Ma è l’Unione Europea che dovrebbe finanziare il superamento. Solo in Piemonte – continua Cotto – ci sono 52 comuni che si trovano nella nostra stessa situazione». C’è dell’altro. Lo spostamento di un nucleo familiare rom potrebbe innescare conflittualità sociali nell’eventuale nuovo luogo di residenza «e nessuno di noi – precisa Cotto – vuole creare problemi ad altri comuni». «Ci siamo trovati questo problema – conclude l’assessore – causato dall’aver accolto in quell’area i rom, ma non è nostra intenzione creare una bomba sociale sul territorio».

Il vice sindaco Marcello Coppo, che da sempre rappresenta, con il gruppo di Fratelli d’Italia, l’ala più intransigente sulla questione dei campi nomadi, conferma che il Piano Sociale c’è e che il Comune non ha i soldi per attuarlo da un giorno all’altro, ma fa un ragionamento più nel lungo periodo.

Coppo: «Apriamo una discussione seria sull’applicazione del Piano»

«Ad oggi i campi nomadi costano, tra una spesa e l’altra, circa 500.000 euro all’anno per il Comune, cifra scesa a 425.000 euro grazie al risparmio di 75.000 euro sull’elettricità ottenuto grazie al lavoro portato avanti dal sottoscritto con l’introduzione del nuovo Regolamento. Ora puntiamo a risparmiarne altri 150.000 sul razionamento dell’acqua. Comunque almeno 275.000 euro dovranno ancora essere stanziati, ogni anno, per una situazione che continuerà a dare problemi. Oppure possiamo trovare una via diversa, tenuto conto di riservare ai rom lo stesso trattamento che garantiamo a qualsiasi altro cittadino italiano in emergenza abitativa ed escludendo la sistemazione in alloggi». In definitiva Coppo suggerisce di aprire una discussione seria e approfondita sull’applicazione del Piano Sociale, guardando agli effetti che avrebbe nel medio-lungo periodo. «Non voglio mettere un euro in più di quanto il Comune investa per un cittadino in emergenza abitativa e in disagio sociale per minori, ma sono favorevole a risparmiare soldi procedendo con quel Piano». Coppo spera a finanziamenti europei che permettano l’applicazione del documento (che, tra le altre cose, si ispira a politiche sociali svedesi), «ma non sono d’accordo nell’accantonarlo d’emblée perché senza copertura finanziaria».

Una mamma con 3 bambini, inserita in una comunità, costa al Comune circa 5.400 euro al mese. Circa 8.000 euro è il costo, una tantum, di un cittadino in emergenza abitativa. I minori devono essere tutelati e, tra le varie criticità che insistono sul campo rom di via Guerra, c’è l’aspetto sanitario: se dovesse scoppiare una qualsiasi emergenza sull’area il Comune sarebbe obbligato a trasferire i minori, 130, con un costo che manderebbe in default i conti dell’Ente. Una spada di Damocle, l’ennesima che pende sulle sorti del campo rom il cui “superamento”, come chiede l’Europa, non è più fissato al 2020, ma al 2024. Tempi lunghi, ma nel frattempo Asti che farà?

r.santagati@lanuovaprovincia.it

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