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Dall’Astigiano alla scoperta dell’Africa: l’incredibile viaggio in bici di Filippo

Il giovane ingegnere è partito da Castelnuovo Don Bosco il 2 gennaio 2018 e pensa di tornare dopo l’estate: l'abbiamo contattato mentre si trova in Camerun

Filippo Graglia: un astigiano, in bici, alla scoperta dell’Africa

La straordinaria pedalata di Filippo Graglia, in sella alla sua bici adeguatamente modificata per l’impresa, è iniziata 395 giorni fa. Era il 2 gennaio 2018, lui aveva 30 anni (oggi ne ha 31) e dalla sua casa di Castelnuovo Don Bosco, nel nord Astigiano, è partito per un viaggio senza un percorso certo e senza una data sicura per fare ritorno. Meta finale, l’Africa, il grande continente che da tempo lo affascinava e, come in una storia d’altri tempi, lo chiamava a sé.

Un richiamo al quale Filippo, laureato in Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Torino e da cinque anni dipendente dell’Avio di Rivalta, non ha saputo resistere anche a costo di dare ai propri genitori una notizia non facile da digerire. «Mamma, papà, ho deciso di licenziarmi per essere libero di viaggiare» ha annunciato Filippo ai genitori e alla sorella Martina quando la scelta di partire era ormai presa.

L’ingegnere che ama l’avventura

Graglia, la cui famiglia è molto conosciuta a Castelnuovo Don Bosco, non è stato folgorato all’improvviso dalla voglia di girare il mondo: dalla Norvegia all’Alaska, passando per Santiago di Compostela fino al Tagikistan e Kirghizistan ha alle spalle lunghe escursioni in bicicletta o arrampicandosi lungo i pendii più impervi. Si potrebbe dire che Filippo senta il richiamo dell’avventura come parte del suo DNA e che restare ore in ufficio, davanti a un computer, non sia ciò che lo renda felice. Dire ai genitori che aveva intenzione di licenziarsi non è stato facile, soprattutto farlo sapere alla mamma che, come ogni genitore, vorrebbe vedere il figlio realizzato, con un buon impiego, magari mettendo a frutto anni di studi all’università.

«Mio padre non ha opposto resistenza quando gli ho detto che mi sarei licenziato – racconta Filippo che abbiamo raggiunto al telefono mentre si trova a Yaoundé, capitale della Repubblica del Camerun – Mia mamma ha detto subito no, di no farlo. Poi, dopo vari tira e molla, si è arresa. Anche al lavoro hanno capito quali fossero le mie intenzioni e, pur dispiaciuti, mi hanno “lasciato andare”».

Da Castelnuovo Don Bosco all’Africa

Prima di giungere in Africa, Filippo ha pedalato per migliaia di chilometri lungo la costa francese, spagnola, ha visitato l’Andalusia («un posto bellissimo, che mi ha molto emozionato»), Cadice, Tarifa e da lì si è imbarcato per Tangeri, la suggestiva porta del Marocco che si trova al di là dello Stretto di Gibilterra. «Sono stato catapultato nella Medina di Tangeri che erano le otto di sera – ricorda – non avevo le idee ben chiare di cosa mi aspettasse e dove avrei passato la notte, ma da lì è iniziata la mia avventura in Africa».

Quando gli parliamo al telefono, ha già visitato quindici Paesi della zona nord occidentale del continente e il Burkina Faso, probabilmente uno dei luoghi più a rischio di terrorismo di tutta l’area. Una zona pericolosa che Filippo ha comunque superato dopo aver capito, strada facendo, come muoversi anche nelle situazioni più delicate.

«Di solito cerco di crearmi dei contatti in loco, con italiani che magari lavorano per le ONG o per conto dell’Unione Europea, – racconta Filippo – Oppure con persone che abbiano una visione culturale simile alla mia, anche perché ci sono informazioni che i locali non mi darebbero mai. Qui si parla inglese o francese, ma questo vale nelle grandi città perché, quando mi trovo in un villaggio più isolato, l’unica lingua parlata è sovente un dialetto che non conosco. Eppure, nonostante questo, non sempre serve comunicare nella stessa lingua: la prima notte che ho trascorso in Nigeria l’ho passata nella Savana e, intorno alle 6 di sera, sono arrivato in un villaggio dove in cinque minuti mi hanno offerto cibo, acqua per lavarmi e un tetto».

Una vita alla giornata senza orari né mete certe

Da quasi 400 giorni la vita di Filippo è tutta raccolta sulla sua fedele compagna di viaggio, una bicicletta con un telaio in acciaio, leggera, ma robusta, con pneumatici da 3 pollici che permettono al giovane di affrontare tutti i sentieri più impervi. «Compresa l’attrezzatura – puntualizza – ha un peso complessivo di 35 kg. Ho deciso di viaggiare a una velocità media che non vada oltre i 30 Km/h; ho un gps per sapere sempre dove mi trovo, specie nella foresta, e una mappa cartacea che consulto per programmare con molto anticipo i miei spostamenti. Ad esempio, ora sto studiando cosa offra la Namibia che dovrei raggiungere fra 6 mesi. Poi consulto sovente i siti dei Governi Francese e Inglese per capire se ci siano zone rosse da cui è meglio stare lontani».

Filippo viaggia con un passaporto italiano e questo, stando a quanto racconta, è un bene perché apre molte più porte rispetto a documenti rilasciati dai Paesi ex colonizzatori.

«Ci sono anche stati dei momenti in cui mi sono trovato in difficoltà, come quando mi hanno arrestato sospettandomi di essere un terrorista. Ma, dopo avermi perquisito (tenuto sotto tiro dai soldati ndr) hanno capito che ero un turista e che non volevo fare nulla di male».

Il racconto del duplice arresto in Nigeria

Addirittura, mentre si trovava in Nigeria, Filippo è stato tratto in arresto in due occasioni che lui stesso ha spiegato in uno dei suoi post sul canale Instagram aperto per raccontare questo suo incredibile viaggio. Ecco cosa scrive di quella esperienza: «Nel corso di 15 giorni, in Nigeria sono stato arrestato due volte per essere un sospetto terrorista; perquisito da capo a piedi una decina di volte, centinaia i controlli a cui son stato sottoposto. In questo momento difficile, ma soprattutto in vista delle elezioni presidenziali la polizia, i militari e gli stessi cittadini sono all’opera per mantenere la situazione sotto controllo. In questo marasma, un ciclista bianco e solitario, va trattato con molta cautela. E se quasi ogni incontro con le forze dell’ordine è iniziato con un’arma puntata, un allarme imminente o uno sguardo interrogativo, siamo sempre arrivati ai sorrisi, alle chiacchiere e alle foto. La fama che precede le forze dell’ordine nigeriane può non essere delle migliori, eppure ho sempre trovato un appoggio per qualsiasi necessità e grazie a loro, ai loro suggerimenti, ho potuto attraversare la Nigeria in tutta sicurezza».

Ascoltando le parole di Filippo arriviamo al succo di questa storia che racconta di un “ciclista bianco” intento ad attraversare molti Paesi stranieri, apparentemente senza un vero motivo. Almeno per le persone che incontra le quali, quasi sempre, non hanno mai lasciato il villaggio dove sono nate e cresciute, non hanno mai sperimentato alcuna forma di turismo ad eccezione dei pochi spostamenti compiuti per raggiungere i parenti nei paesi vicini. «L’idea di un uomo bianco, in bici, è per loro incredibile – continua Filippo – La mentalità locale rende difficile pensare a un viaggio “turistico” e quei pochi che hanno soldi a sufficienza per muoversi vanno a Parigi o a Dubai. I cittadini sono anche “classisti”, storicamente e culturalmente, ci sono rapporti non scritti tra le varie etnie, ma ognuno vive la sua vita. Eppure il modo di vivere che hanno nelle zone più povere è molto diverso da quello di noi occidentali: chi non ha niente, o poco, non pensa che possedere una televisione lo renderebbe più ricco. Si vive alla giornata apprezzando ciò che si ha e se godi di buona salute, così come i tuoi amici, sei felice. E’ la dignità che dimostrano che mi ha molto colpito».

Perché questo viaggio?

Dopo mesi di pedalate, fatiche, qualche malessere adeguatamente curato, la domanda che facciamo a Filippo non può che essere una sola: perché intraprendere un viaggio simile?

«Qui mi sento a casa – risponde senza indugio – e ho scoperto che il tempo, in Africa, è la ricchezza più grande. Qui i pullman non partono se non sono pieni e, in tutta onestà, mi è dispiaciuto tantissimo lasciare la zona del Sahel». Filippo prevede di tornare a casa dopo l’estate, «anche perché mi manca il cibo di nonna e più in generale il mangiare italiano» e, sebbene possa sembrare incredibile, la prima cosa che farà mettendo piede in Italia sarà pedalare.

«L’Italia l’ho visitata solo in parte e posso dire di aver pedalato molto più in Africa che nel mio Paese. Potrei, quindi, tornare in aereo a Fiumicino e pedalare fino a Castelnuovo Don Bosco».

Ma la voce di Filippo, che si mescola con un tenute rumore che provoca la pioggia intorno a lui, non riesce a nascondere l’emozione di quello che sta vivendo da oltre un anno e che potrebbe ancora vivere in futuro spinto dalla voglia di raggiungere il punto più alto della montagna per guardare oltre e darsi una nuova meta, un nuovo Paese da visitare, con quella curiosità di scoprire e toccare con mano realtà di cui ha spesso letto o sentito parlare. Ma un racconto riportato non basta a Filippo, lui cerca il contatto con le culture che non conosce, con la gente; lui, lo straniero bianco in bicicletta.

Perché, in fin dei conti, come ha scritto Walt Whitman: «“A te. Straniero, se passando mi incontri e desideri parlarmi, perché non dovresti farlo? E perché non dovrei farlo io?»

r.santagati@lanuovaprovincia.it

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