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Il deportato che tornò a casa sulle spalle del fratello

Nella Giornata della Memoria, il Prefetto di Asti ha assegnato la Medaglia d'Onore ai figli di Eugenio Beccio, sopravvissuto all'internamento di due anni in un lager nei pressi di Buchenwald

Deportato a Buchenwald pesava 49 chili quando venne liberato

Il deportato Eugenio Becico è testimone di una una storia di coraggio;  classe 1918, originario di Alfiano Natta, è stato insignito della Medaglia d’Onore a ricordo del suo internamento in un lager nazista.
Il coraggio di aver creduto negli ideali della Patria che ha servito da soldato geniere; il coraggio di sopravvivere dal 1943 al 1945 in un campo di concentramento nei pressi di Buchenwald, il coraggio di tornare alla vita nonostante l’orrore vissuto del quale ha portato i segni sul suo corpo fino alla morte avvenuta nel 1994.

Medaglia d’onore alla memoria

A ritirare la Medaglia d’Onore nella Giornata della Memoria,  c’erano i due figli, Mery e Roberto, visibilmente e comprensibilmente commossi.
E’ proprio il figlio Roberto a sottolineare l’enorme dose di coraggio che accompagnò la vita di suo padre.
Eugenio Beccio, nato da una famiglia di agricoltori di Alfiano, era il terzo di quattro figli maschi, tutti soldati.
Nel marzo del 1939 venne chiamato alle armi come aggregato al Genio. Venne catturato dai tedeschi nel 1943 e tradotto in un campo di concentramento vicino a Berlino.
Lì, fra gli stenti e il freddo, venne costretto a turni massacranti al servizio di una fabbrica della zona che impiegava internati.

Sopravvisse grazie ad una patata bollita

Unica luce di quegli anni, fu l’amicizia con una coppia di anziani che ogni giorno, di nascosto, gli passavano una patata bollita da sotto la rete che delimitava il campo. Quella patata al giorno, ebbe modo di raccontare per molti anni, gli salvò la vita. Quando fece rientro in Italia, dopo la liberazione dei campi, pesava 40 chili e non riusciva più a camminare, nè a tenersi su. Venne ricoverato in un ospedale da campo a Vicenza, dove confluirono molti soldati feriti da tutta Italia.

L’incontro da film con il fratello minore nell’ospedale da campo

«Appese agli alberi di quel grande prato con le tende mediche – racconta il figlio Roberto – c’erano delle lavagnette sulle quali, ogni arrivato, scriveva il suo nome. Un giorno un infermiere riferì a mio padre che c’era scritto uno con il suo stesso cognome, Beccio, ma faceva Giovanbattista di nome. Era lo zio “Tino”, il fratello più giovane di mio padre, tornato dalla Grecia. Quando si reincontrarono, lo zio Tino si caricò mio padre sulle spalle e se lo portò così a casa, fra una tradotta e un passaggio di fortuna».

Daniela Peira

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