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Ecco l’origine di alcuni modi di dire abituali

Scopriamo insieme alcuni modi di dire diffusi nella lingua italiana, di cui non sempre ricordiamo la storia e il significato

Alle radici di detti e proverbi

Scopriamo insieme alcuni modi di dire diffusi nella lingua italiana, di cui non sempre ricordiamo la storia e il significato.

Fare la cresta

Nell’antichità i proprietari terrieri erano soliti aggiungere alla loro cucina un condimento chiamato “agresto” ricavato dall’uva poco matura e così mandavano i garzoni nelle vigne a raccogliere tale l’uva.
I salariati, spesso, raccoglievano anche l’uva buona da tenere per sé.
Questo gesto prese il nome di fare l’agresto che, con il tempo, si è trasformato in fare la “cresta”.

Lupus in fabula

La locuzione latina viene comunemente utilizzata per indicare l’arrivo inaspettato di qualcuno di cui si stava precedentemente parlando.
Originariamente, indicava l’arrivo di una persona che impediva il proseguimento del discorso.
Il modo di dire ha origine dal fatto che nelle favole si descriveva il lupo come un animale cattivo tanto che la sua presenza faceva ammutolire le persone.

A caval donato non si guarda in bocca

Sta ad indicare che non bisogna giudicare un regalo ma esserne comunque grati a prescindere dal suo valore.
La locuzione deriva dal fatto che, per valutare l’età e la salute di un cavallo, è necessario guardare lo stato della dentatura.
Nel medioevo, il cavallo era fonte di ricchezza e bisognava essere grati se si riceveva l’animale come dono, qualunque fosse la sua salute.

Restare al verde

Viene usato per descrivere la mancanza di soldi per potere fare degli acquisti.
Una volta, gli appalti pubblici venivano svolti tramite aste pubbliche.
Il battitore accendeva una candela con il fondo verde che, una volta esaurita, segnava la fine dell’asta.
Se la candela si spegneva era sinonimo che si erano finiti i soldi per competere e rilanciare le offerte.

Anno sabbatico

Nell’antica tradizione ebraica, cadeva ogni sette anni ed era il periodo durante il quale, in onore a Dio, si lasciava riposare la terra, si annullavano i debiti e venivano liberati gli schiavi.
Questi ultimi lavoravano, infatti, sui terreni agricoli poiché non erano riusciti a saldare i loro debiti.
Oggi, significa prendersi un tot di mesi di assoluto riposo.

Vittoria di Pirro

Il modo di dire si riferisce, oggi, agli affari, alla politica, alla giurisprudenza, allo sport per descrivere una vittoria con scarsi risultati.
L’espressione si riferisce a Pirro, re dell’Epiro, che sconfisse i romani a Eraclea nel 280 a.C. e a Ascoli Satriano nel 279 a.C. ma le due vittorie gli costarono grandi perdite di soldati e di comandanti e, dunque, si rivelarono inutili dal punto di vista dell’esito finale dello scontro che lo vide sconfitto.

Piedipiatti

Usata la prima volta, nel 1959, in un film americano e deriva dal vocabolo inglese “flatfood”che significa “piede piatto” ed è il soprannome affibbiato ai poliziotti americani dai loro concittadini dovuto al pensiero che avessero i piedi piatti poiché stavano tutto il giorno in piedi.
Nella lingua italiana, “piedipiatti” non è un termine offensivo ma neanche troppo gentile.

Terzo mondo

Con questa espressione ci si riferisce alle nazioni di Africa, Asia, America latina caratterizzate da grandi sacche di povertà e fu coniata nel 1955 in occasione della conferenza di Bandung dove si riunirono i Paesi appena usciti dal colonialismo ma che volevano essere equidistanti sia dall’Occidente sia da quelli che allora erano le nazioni comuniste.

Pezzo da 90

Nel linguaggio comune viene definita così una persona importante, e quasi sempre con ascendente e autorità.
In realtà, il pezzo da 90 indicava un cannone con calibro di 90 mm e bocca da fuoco lunga 53 volte il calibro utilizzato durante la seconda guerra mondiale.
Alcuni pensano che questa espressione derivi dal dialetto siciliano “pezz i nuvanta” mentre altri lo fanno derivare dall’ambiente malavitoso della mafia.
Lo scrittore Michele Pantaleone in uno dei suoi saggi spiega che il pezzo da 90 è un petardo di ferro molto grande che viene sparato nelle feste patronali in Sicilia, per concludere i fuochi d’artificio.

Fare come il cuculo

Si riferisce alle persone che “campano” approfittando del lavoro altrui o che pretendono molto senza dare nulla in cambio o che fanno il loro interesse danneggiando gli altri.
La locuzione fa riferimento all’abitudine del cuculo che deposita le uova da covare nel nido di altri uccelli risparmiandosi così il lavoro.

Far la parte o la figura del capellone

Viene usata nei confronti di chi non ha fatto una bella figura vuoi per ignoranza oppure per scarsa conoscenza dell’ambiente in cui si trova.
La locuzione, forse poco conosciuta, fa riferimento ai tempi del servizio militare obbligatorio quando la recluta, sul finire degli anni Sessanta-inizio dei Settanta, giungeva in caserma con i capelli lunghissimi, come erano di moda.
Le reclute erano rapati a zero e non conoscendo l’ambiente e gli usi si comportavano goffamente tanto da essere oggetto di scherzi, a volte anche pesanti e triviali, dai commilitoni anziani.

Mafia

Il primo documento in assoluto in cui si allude a una “cosca mafiosa” è firmato dal Procuratore della Gran corte criminale di Trapani ed è datato 1837.
Le origini di “Cosa nostra”, termine entrato nell’uso giornalistico per definire dapprima la mafia americana e poi quella siciliana, sono invece legate al latifondo, la proprietà terriera che domina la struttura produttiva in Sicilia fino ai primi del Novecento.

Per filo e per segno

Viene utilizzato per delineare un lavoro svolto con meticolosità e precisione.
L’origine del modo di dire è curioso: i segantini (chi in passato segava i tronchi degli alberi) e gli imbianchini erano soliti tirare e sbattere una corda imbevuta di vernice colorata in modo da lasciare l’impronta che determinava la linea da seguire per tagliare un tronco o per imbiancare un muro.

f.duretto@lanuovaprovincia.it

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