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Il buon cibo italiano nasce (anche) da un ottimo marketing

In Comune è stato presentato il libro “Denominazione di origine inventata” in un incontro organizzato dall'associazione Argonauti di Asti

Alberto Grandi smonta i luoghi comuni sulla nostra tavola

Gli italiani non hanno sempre mangiato bene, fino agli anni ‘70 del secolo scorso non esisteva alcuna “cucina tradizionale mediterranea” e molti prodotti d’eccellenza, oggi riconosciuti nel mondo come brand del Made in Italy, non si rifanno ai romani, ai fenici, ai monaci gourmet del medioevo e neanche alle corti rinascimentali. Più banalmente sono nati circa 40 anni fa e sono frutto della necessità di reinventare una cucina tipica italiana, da dare in pasto ai turisti stranieri, sostenuta da una forte strategia di marketing.

Perché, alla fine, se un prodotto è buono e ha successo, quindi viene comprato, poco importa se sia stato tramandato lungo i millenni o se sia frutto di una ben più vicina impresa commerciale. E’ un po’ questo il messaggio del libro scritto dal professor Alberto Grandi, docente di Storia delle imprese all’Università di Parma, ospite degli Argonauti di Asti per discutere di prodotti tipici e strategie di marketing. “Denominazione di origine inventata” (Mondadori – 18 euro) è un saggio scritto da uno storico «arrabbiato per le cose che legge o che ha sentito sulla storia dell’alimentazione italiana». Incalzato dal giornalista Stefano Labate,

Il caso limite della Focaccia di Recco

Grandi ha spiegato molti luoghi comuni del buon cibo italiano e raccontato ciò che, invece, è stata la genesi di prodotti d’eccellenza indiscussi: dal Parmigiano Reggiano al Lardo di Colonnata, dal Pomodoro Pachino al vino Marsala, per poi analizzare casi limite di «eccesso di protezione dei marchi che rischiano addirittura di essere controproducenti per il prodotto tutelato». Grandi, davanti ad un nutrito pubblico accorso in Comune, ha portato esempi tangibili tra cui la nota Focaccia di Recco. «Solo a Recco si può vendere la focaccia col formaggio di Recco, anche se di focacce col formaggio ne esistono in tanti luoghi d’Italia. Eppure a Recco hanno creato regole così stringenti per tutelare la focaccia che nel 2015 perfino il Consorzio è stato multato alla Fiera dell’artigianato di Rho per averla venduta fuori dai confini della zona di produzione».

Perché tutte queste tipologie di Dolcetto?

Un paradosso dato che le denominazioni dovrebbero servire a tutelare il consumatore, in tutto il mondo, certificandogli l’origine garantita del prodotto e non a impedire allo stesso di essere venduto ed esportato. Nel libro di Grandi si parla anche del “nostro” vino Dolcetto che tanto nostro non è perché viene prodotto su tre province «in 17 tipologie diverse». «Come si possono fare così tanti vini diversi con lo stesso acino d’uva? – si domanda il professore – Secondo me si arriva ad un eccesso di denominazione e di disciplinari che toglie la capacità di innovazione».

Da Grandi è arrivato anche un monito sui prodotti a Km/0: «Se tutto il mondo consumasse a Km/0 sarebbe un grosso problema per l’Italia e per le sue esportazioni».

r.santagati@lanuovaprovincia.it

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