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Il Natale di un tempo: come lo si viveva negli anni ’50?

Negli anni '50 si cominciava ad attendere il Natale a partire dalla festa di Santa Caterina del 25 Novembre

Come si viveva il Natale negli anni ’50

Quando ero fanciullo, a metà degli anni Cinquanta del Novecento, attendevo il Natale con gioia, e cominciavo a parlarne ai primi freddi dell’autunno, esattamente dal 25 novembre, festività di Santa Caterina, quando mia mamma di origine contadina mi recitava il proverbio “da Santa Catlina ‘a Natal a manca mac ‘n meis”.

Se non stai buono arriva il carbone

Iniziava il conto alla rovescia e noi bambini subivamo una specie di ricatto da parte dei genitori “se non stai bravo e non studi lo diciamo a Gesù Bambino vedrai che in dono ti porterà solo carbone…”
Natale, nei paesi agricoli di Langa, Roero e Monferrato consisteva essenzialmente in una vijà cun arsinon cui si aggiungeva l’elemento religioso della messa di mezzanotte.

La veglia nella stalla

La vijà costituiva in autunno e in inverno l’occasione sociale per eccellenza e consisteva in una veglia serale nella stalla a cui partecipavano le famiglie della borgata e si ascoltavano alcuni proverbi quali “a Santa Lusìa ‘l pass d’na furmìa, a Natal ‘l pass ‘d gall” per specificare l’aumento delle ore del dì, e “quand Natal a ven sensa lùna chi ‘a la dui vache a dev vendne una” poiché si prevede un anno con poca erba, e “el granè pien a l’è sensa rat e sensa furmije”, ovvero tener lontani dal granaio topi e formiche. Spesso la vijà era rallegrata da musiche e canti e ha visto il fiorire di leggende e racconti che, per anni, costituirono la tradizione orale dei nostri contadini.

Il cenone

Durante la notte di Natale, conclusa la prima parte della vijà, la gente si incamminava verso la chiesa parrocchiale e, al ritorno dalla funzione religiosa, iniziava il momento clou dei festeggiamenti, l’arsinùn (cenone) dove i commensali gustavano peperoni, salame cotto e crudo, salsiccia, cotechini, “raviolin” e abbondanti razioni di bollito con il “bagnet” verde e rosso, il tutto innaffiato da bicchieri di barbera.
Si apriva “’l butal gross” contenente il vino di qualità. Si sussurrava che qualcuno, per l’arsinùn, uccidesse un gatto, lo mettesse a lungo “a pernisè” (gelare) appeso fuori dalla finestra esposta a nord oppure nella neve perché perdesse l’odore di selvatico.
Era una pietanza che probabilmente aveva, nella notte dei tempi, un significato sacrale che oggi nessuno più ricorda. A quei tempi si preparava solo il presepio (non si erano ancora registrate le “contaminazioni”, se così possiamo definirle, dell’albero di tradizione nordica) e il mattino di Natale, vicino al caminetto, noi bambini trovavamo un giocattolo di legno, qualche cioccolatino e mandarino. Carbone per i birichini.

Festa fino all’Epifania

I festeggiamenti natalizi continuavano fino all’Epifania passando per Capodanno. Al mattino del 1° gennaio, noi ragazzini ci alzavamo presto per essere i primi a presentarci ai vicini di casa, ai parenti e agli amici per far loro gli auguri e, sperando di ricevere qualche soldino, dicevamo loro, allungando la manina, “l’has-tu finilo e prinsipialu ben l’an?” e “alura dame ‘n suldin”.
La Befana ci regalava l’ultima festa del periodo natalizio, appendevamo la calza al caminetto sicuri di ricevere caramelle e dolcini. Purtroppo, come recita il proverbio “l’Epifania tute ‘e feste a porta via” e l’indomani riaprivano le scuole…

Guido Gabbio

f.duretto@lanuovaprovincia.it

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