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Crac Marenco: da Asti l’indagine che ha coinvolto i colossi internazionali dell’energia

Il pm Tarditi ricostruisce la complessa indagine. Un sistema di cui l'imprenditore astigiano era lo stratega. Ogni mattina doveva provvedere a pagare scadenza per 20 milioni di euro.

Il fallimento ha travolto anche la Borsalino

Borsalino era il suo marchio più conosciuto al mondo, ma il core business della sua vastissima rete di società comprendeva soprattutto dei colossi dell’energia, da quella idroelettrica al gas, alla geotermia.
Stiamo parlando del Gruppo Marenco, facente capo a Marco Marenco, astigiano sul quale si è sviluppata una lunga e complessa indagine della Procura di Asti che ha abbracciato tutto il mondo, paradisi fiscali compresi.
All’indomani del patteggiamento a 5 anni passato in giudicato e dunque inappellabile, il sostituto procuratore Luciano Tarditi che ha condotto l’inchiesta con gli uomini della Guardia di Finanza di Asti riassume quello che è stato uno dei lavori più imponenti compiuti dal suo ufficio.

Dottor Tarditi, quando e come è nata l’inchiesta su Marenco e soprattutto perché è stata la Procura di Asti ad occuparsene?

L’inchiesta su Marenco è nata nel settembre del 2012 quando in Procura è giunta la richiesta di ammissione al concordato da parte di otto società energetiche facenti capo proprio al Gruppo Marenco. Tutte avevano sede in Asti (di qui la competenza territoriale del nostro tribunale n.d.r.). E intendiamo sia sede formale che sede effettivamente operativa pur risultando presenti in altre città.
L’ammissione al concordato può preludere ad una situazione di bancarotta sulla quale vale la pena indagare. E fra le prime cose che abbiamo compreso con chiarezza vi era la centralità delle decisioni operative e strategiche di Marenco esercitata, appunto, in questa città.

Luciano Tarditi

Si può riassumere lo schema con il quale Marenco si muoveva sugli scenari economici nazionali ed internazionali?

Pur avvalendosi di un nugolo di collaboratori e professioni, era lui lo stratega unico. Lui, inoltre, era quello che intratteneva i contatti ai livelli più importanti, sia politici che economici a livello mondiale.
Lo schema emerso dalle indagini è quello, ridotto ai minimi termini, di un gigantesco carosello di società grandi e piccole in numerosi settori di intervento in Italia e all’estero con una movimentazione di denaro alla quale, probabilmente, alla fine neppure Marenco riusciva a stare dietro. Il tutto per macinare profitti e distrazioni di ingenti somme di denaro che avvenivano attraverso tre comportamenti precisi: l’evasione di imposte e accise, il mancato pagamento dei fornitori e l’ottenimento di prestiti che poi non venivano restituiti.

Quindi chi erano i suoi creditori?

Grandi colossi bancari internazionali che gli avevano aperto linee di credito e grandi società internazionali di fornitura di gas come, tanto per citarne una, la Gazprom russa.
Con grande abilità ha creato questo “impero” e per tenerlo in piedi tacitava a turno dei creditori aprendo nuovi debiti con altri. Insomma, copriva buchi aprendone altri.
Tanto per dare un’idea del giro d’affari, abbiamo calcolato che ogni mattina il suo gruppo doveva preoccuparsi di coprire, mediamente, pagamenti in scadenza per 20 milioni di euro.
E durante una delle perquisizioni eseguite nel corso dell’inchiesta, abbiamo trovato scatoloni interi di assegni in banco già firmati da lui a disposizione dei suoi collaboratori per tamponare le emergenze.

Un impero dai piedi di argilla?

Non proprio. Va riconosciuto che, in mezzo a tanti debiti, qualche buon affare lo ha fatto vendendo società a peso d’oro che gli consentivano di restituire qualche debito. Ad esempio, Marenco ha creato in Germania un settore della geotermia con altissime competenze italiane che rappresentano un’eccellenza mondiale. Sua anche la vasta rete di società elettriche Idreg che macinano profitti grazie alla produzione di energia idroelettrica degli impianti italiani. Un’altra importante fonte di reddito derivava dalla presenza di un ramo del suo Gruppo sulla distribuzione privata del gas in Italia.

Quante sono le aziende fallite riconducibili a lui?

Centinaia solo in Italia senza contare quelle all’estero. Noi abbiamo in atto 15 rogatorie in tutto il mondo, ma è impossibile quantificare con precisione tutta la rete delle sue società.

Con 3,5-4 miliardi di euro, è stato detto che quello del Gruppo Marenco è stato il fallimento per bancarotta più importante d’Italia dopo quello Parmalat. Perché non ha avuto pari rilievo nelle agende politiche e sui media nazionali?

Perché, a differenza di Parmalat, non sono coinvolti risparmiatori ma i creditori sono multinazionali e grandi gruppi bancari che si sono guardati bene dall’alzare un polverone su questi “buchi” per non dover spiegare perché gli avessero affidato quantità enormi di finanziamenti.

Anni di lavoro, mole ingente di atti e un patteggiamento a 5 anni che, al netto di quanto già trascorso in custodia cautelare fra la Svizzera e l’Italia, di fatto assicurano oggi la libertà all’imputato. Lei ritiene sia stata una condanna equa?

E’ stata una condanna “possibile” rispetto alla complessità delle contestazioni a suo carico. E poi si tratta solo del primo filone di indagini. Si sta chiudendo il “Marenco bis” con ulteriori bancarotte questa volta allargate ai consigli di amministrazione e ai collaboratori e visto che continuano a fallire altre società, si aprono nuovi processi a suo carico, in Italia e nel resto del mondo. Quella a 5 anni, dunque, è solo un primo atto del suo conto giudiziario.

Come sostituto procuratore ha dovuto interfacciarsi con colleghi e polizie di mezza Europa. Ha ricevuto collaborazione o i sistemi giudiziari sono così diversi da rappresentare un ostacolo alle indagini?

Nessuna collaborazione dalla Germania, pochissima dalla Francia. Paradossalmente i Paesi con i quali abbiamo lavorato meglio sono stati i cosiddetti paradisi fiscali come la Svizzera e l’Isola di Man, tanto per citarne due.

d.peira@lanuovaprovincia.it

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