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Fratelli condannati per il pestaggio che ha ridotto un uomo allo stato vegetativo

La vittima da tre anni immobile in un letto di ospedale senza parlare, capire, tenuto in vita dai macchinari

Lunga giornata in tribunale

Una lunghissima giornata quella della famiglia Gorancho al tribunale di Asti. Per Milena e per la figlia più grande è passata interamente nell’aula di tribunale dove sono stati processati i tre fratelli che hanno massacrato di botte il marito; per gli altri suoi tre figli più piccoli è passata nel corridoio, a guardare dai vetri quegli adulti che parlavano del padre oggi inerme su un letto d’ospedale.
E’ terminato con tre condanne il processo a carico dei fratelli Adrian, Valentin e Alin Betea, romeni di origine, che nel pomeriggio di Pasquetta del 2016 hanno partecipato ad una rissa condominiale finita nel sangue.
Da tempo c’erano frizioni fra la famiglia macedone Gorancho e quella dei Betea. Una difficile convivenza in un piccolo condominio di Castiglione Tinella dove tutti svolgevano attività di braccianti e vignaioli.

La rissa a Pasquetta

Quando a Pasquetta i Betea con un loro gruppo di amici hanno cominciato a fare un po’ di baccano in cortile, Georghie Gorancho, l’amico Tony Fidanchov e altri invitati sono scesi per farli smettere. Ne è nata una rissa violentissima, sotto gli occhi attoniti dei tre figli più piccoli di Gorancho (la moglie era andata a prendere la figlia grande da un’amica).
Prima spintoni, botte, calci, schiaffi e poi tutto è degenerato: Gorancho, un omone grande e grosso, è stato “attaccato” e portato in uno dei garage della palazzina e lì ha ricevuto colpi di bastone e di spranga sulla testa.
Quando la moglie è tornata a casa, lo ha trovato in un lago di sangue, con un vistosissimo solco in mezzo alla testa.
Accanto a lui l’amico Tony con fratture alle gambe, contusioni varie e un trauma cranico per fortuna meno grave di quello di Gorancho.

L’uomo immobilizzato a letto

Da quel giorno Milena e i suoi figli non hanno più udito il suono della voce del marito e del padre. Le lesioni gravissime lo hanno portato ad uno stato vegetativo e la sua vita è appesa ai macchinari che lo nutrono e gli consentono di respirare.
Per quel violento pestaggio sono stati rinviati a giudizio per tentato omicidio e rissa i tre fratelli Betea, difesi dagli avvocati Mirate e Pescarmona. Salvo un brevissimo periodo di arresti domiciliari, sono sempre stati a piede libero e ieri in tribunale era presente solo Alin.

Chiesti 10 anni di condanna

Nella sua requisitoria, il pm Luciano Tarditi ha ricostruito la violenza con la quale si accanirono verso Gorancho, sotto lo sguardo dei figli atterriti e ha chiesto una condanna a 10 anni, già al netto dello sconto per la scelta del rito abbreviato.
Pesanti anche gli interventi delle parti civili (avvocati Alfano, Bona e Pellegrino per la moglie e i figli e Marcarino per Fidanchov). Sono stati chiesti, come risarcimento, 500 mila euro per l’amico Tony e 1 milione di euro per moglie e ciascun figlio.
Nel fascicolo del gip Belli ci sono anche numerose fotografie che ritraggono Gorancho prima e dopo il violento pestaggio: da omone con una forza immensa a esile corpo immobile in un letto di ospedale.

La difesa

I difensori hanno messo in dubbio che il grave colpo ricevuto alla testa sia stato sferrato dai Betea, ritenendolo una possibile conseguenza di una caduta nel parapiglia della rissa.
In un’ora è arrivata la decisione del giudice: condanna a 8 anni per Adrian e Valentin, ritenuti colpevoli sia di rissa che del tentato omicidio.
Condannati anche a versare, a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva, 30 mila euro a Tony Fidanchov e poi 100 mila euro a Gorancho ed altrettanti alla moglie oltre a 50 mila euro per ciascun figlio della coppia.

Un solo anno di condanna (pena sospesa) invece per Alin, assolto per il tentato omicidio.

Il commento della famiglia

«La giustizia ha fatto il suo corso – ha commentato Milena alla lettura della sentenza – ma anche se faranno degli anni di carcere, quando usciranno potranno ancora godersi la vita e la loro famiglia, mentre mio marito non avrà mai più questa opportunità».

d.peira@lanuovaprovincia.it

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