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La morte di Rita: un femminicidio ancora irrisolto dopo vent’anni

La pensionata venne uccisa con quattro martellate alla testa nell'appartamento di via Pascoli dove viveva da sola. Un sospetto ma nessun arresto

Delitto di via Pascoli

Oggi lo definiremmo un femminicidio, ma nel 1999 questo neologismo non era ancora stato coniato e la morte di Margherita Bonetto, 67 anni, venne rubricata nel più generico omicidio. Ancora oggi irrisolto, a 20 anni esatti.
Le cronache locali lo avevano “battezzato” il “delitto di via Pascoli” perché quella era la via dove, al civico 26, in un alloggio al piano terra, venne ritrovata la donna, nella sua abitazione, uccisa da quattro colpi di martello.

Margherita Bonetto, 67 anni

Trovata dal nipote

Il primo intervento fu di una Volante della Polizia, allertata dal nipote della donna, Fabio Morone, allora appena ventenne. Il ragazzo era stato mandato dalla madre, Rosangela, figlia della vittima, per andare a controllare lo stato di salute della nonna che non rispondeva alle insistenti chiamate.
Il ragazzo, con un doppione delle chiavi dell’appartamento della nonna, era entrato e in camera da letto aveva fatto la tragica scoperta.
Rita Bonetto era distesa sul letto, in camicia da notte, con una vistosissima ferita alla fronte, sangue ovunque, e nella mano destra il telefono cordless.

La rimozione del corpo della donna

Esclusa la rapina

La casa era in ordine, non c’erano segni di colluttazione né segni di effrazione sulla porta di ingresso e in nessuna delle finestre dell’appartamento. In casa erano ancora presenti i suoi gioielli, le cose di valore dell’appartamento, la pelliccia. Le uniche cose che mancavano all’appello erano i soldi in contanti che teneva nel portafoglio (ma si parlò all’epoca di 20 mila lire, circa 10 euro di oggi) e un mazzo di chiavi di riserva che si trovava nell’ingresso dell’alloggio.
Nessuna traccia venne rilevata che potesse far risalire alla presenza del suo assassino.
Gli inquirenti dell’epoca (la Squadra Mobile guidata dal commissario Pier Paolo Fanzone sotto il coordinamento del pm Barbara Badellino e del procuratore capo Sebastiano Sorbello) passarono al setaccio la vita di Rita e le sue tantissime amicizie.

Amava il ballo liscio

Perché Rita Bonetto non era una pensionata rassegnata alla solitudine.
Ex casellante di Nizza Monferrato, era vedova da 4 anni e, con i figli già grandi, si era costruita una fitta rete di amicizie e conoscenze soprattutto nell’ambito delle sale da ballo liscio, che frequentava assiduamente insieme ad altri pensionati della sua età.
Preziosissima fu la rubrica telefonica sequestrata nella casa della donna, fitta di nomi e numeri di telefoni di amici in sale da ballo anche del Torinese e dell’Albese: tutti vennero passati al setaccio per raccogliere testimonianze e sospetti, ma la vita della donna ne uscì senza alcuna ombra.

Inquirenti davanti alla porta di casa di Rita

Cassonetti al setaccio cercando il martello

Rita Bonetto viveva da sola nell’appartamento di via Pascoli e per questo vennero interrogati a lungo i vicini di casa, ma nessuno si era accorto della presenza di un sospetto in quell’8 febbraio 1999. Vennero pattugliate tutte le strade vicine e vennero vuotati i cassonetti alla ricerca del martello ritenuto l’arma del delitto. Mai ritrovato.
Dall’autopsia eseguita dal dottor Roberto Testi e dall’esame della scena del crimine emersero tre certezze: la donna era stata uccisa fra le 11 e le 15 di quel lunedì 8 febbraio; il movente che aveva spinto la mano dell’assassino era di origine passionale; Rita conosceva bene il suo assassino perché gli aveva aperto la porta di casa ed era abbastanza in confidenza da riceverlo in camicia da notte.

Quei capelli fra le dita

Sempre dall’autopsia emerse che la donna stringeva fra le sue mani dei capelli, probabilmente strappati all’assassino.
Forti i sospetti su un uomo che viveva a Castiglione Tinella e aveva frequentato per un certo periodo Rita, ma nessuna prova a suo carico.

Un sospettato

Si trattava di un ex fidanzato, lasciato dalla donna un anno prima dell’omicidio. Diversi amici comuni avevano confermato che l’uomo si era lasciato andare a frasi oltraggiose nei confronti della donna e aveva più volte chiesto ad amiche di intercedere per riallacciare i rapporti. Un ex mezzadro che, secondo gli inquirenti, non aveva un alibi di ferro per le ore del delitto e che sarebbe stato visto aggirarsi intorno alla casa della donna proprio in quel giorno.

Il numero verde

Sospetti che vennero confermati da tre telefonate anonime (due di donne e una di un uomo) fatte sul numero verde che la Procura di Asti attivò esclusivamente per raccogliere informazioni su quel caso.
Durante la sua attivazione, decine furono le chiamate ma la maggior parte di esse non utili perché riguardavano “consigli” e soluzioni da film. In quelle tre telefonate, invece, vennero riferite circostanze, orari e presenze sostanzialmente uniformi e compatibili con le informazioni in possesso della Polizia e mai divulgate.
Il problema era la loro non rintracciabilità. Si trattava di chiamate anonime. Registrate, ma anonime, che non poterono mai essere utilizzate per formalizzare accuse nei confronti del sospetto e a nulla valsero gli appelli fatti anche attraverso i giornali affinchè questi testimoni si presentassero in Questura.

d.peira@lanuovaprovincia.it

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