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Omicidio Fassi: per Folletto nessuna speranza di “sconto pena”

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Dovrà scontare i 30 anni inflitti in primo grado ad Asti e confermati in Appello a Torino

La Cassazione non ammette il ricorso

La condanna di Pasqualino Folletto è definitiva: dovrà scontare 30 anni per l’omicidio di Maria Luisa Fassi uccisa nella tabaccheria che gestiva con il marito in corso Volta esattamente tre anni fa.
In questi giorni, infatti, la Corte di Cassazione si è espressa sul ricorso presentato nei primi giorni di gennaio e ha dichiarato che è inammissibile.
A pesare sul respingimento del ricorso è stata anche l’argomentazione di alcune importanti questioni processuali sollevate dall’avvocato Pierpaolo Berardi, che fin dalle prime battute della vicenda giudiziaria ha assistito marito, figli, genitori e sorella della Fassi che si erano costituiti parte civile.
Per una revoca del suo difensore effettuata nel momento decisamente sbagliato a cavallo dello scadere dei termini per la presentazione del ricorso, Folletto ha visto sfumare la possibilità di vedersi ridurre la pesante condanna.

Sperava in uno sconto di qualche anno

Pur non essendoci dubbi sulla sua responsabilità in merito all’efferato delitto avvenuto un sabato mattina nella tabaccheria di corso Volta, il tentativo dei suoi difensori era quello di fargli “abbuonare” dalla Cassazione, almeno l’aggravante della crudeltà, per scontare qualche anno dalla condanna definitiva.
Un’aggravante fortemente sostenuta sia dal dottor Luciano Tarditi, (il pm che ha seguito il caso ed è arrivato al responsabile dell’omicidio nel giro di tre settimane), sia dalla parte civile rappresentata appunto, dall’avvocato Berardi.

Aggravante della crudeltà

A fondamento dell’aggravante le decine di coltellate inferte quando la donna era già a terra, con un coltellaccio da cucina che Folletto si era portato dietro da casa quella mattina in cui aveva deciso di dare seguito al suo proposito di compiere una rapina in una tabaccheria della città.
La difesa ha invece sempre fatto leva sulla fragilità dell’uomo, compromesso da una dipendenza da gioco (prima di fuggire, con la Fassi agonizzante, aveva ancora afferrato alcuni blocchetti di Gratta & Vinci dal bancone di vendita) e sul fatto che, al momento dell’omicidio, avesse perso la cognizione di quello che stava compiendo.
Alla vigilia del quarto anniversario della morte di “Migia” cala definitivamente il sipario sulle sorti giudiziarie del suo assassino, sposato e padre di tre figli in tenera età.

d.peira@lanuovaprovincia.it

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