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«E’ il marketing “l’ingrediente” segreto per creare un prodotto tipico»

Giovedì ad Asti Alberto Grandi, docente universitario, presenta il suo saggio "Denominazione di Origine Inventata"

Un saggio controcorrente sulla nascita dei prodotti tipici

L’associazione gli Argonauti organizza per giovedì 11, alle ore 19, nell’ex sala consiliare del Comune, in piazza San Secondo, la presentazione di un libro che potrebbe lasciare l’amaro in bocca. E non a caso. Alberto Grandi, professore di Storia delle imprese all’Università di Parma, presenterà il suo “Denominazione di origine inventata” (Mondadori – 18 euro). Basterebbe il sottotitolo per capire il senso del saggio: le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani. Grandi ha scritto un libro che potrebbe restare sullo stomaco ai puristi del km/0, della cucina tipica italiana che trarrebbe origine dai romani, dagli etruschi o, alla peggio, dai monaci gourmet medievali passando dalle corti rinascimentali di buona forchetta. Ma è andata proprio così? O siamo davanti a narrazioni più frutto del marketing che della tradizione enogastronomica italiana? Ne abbiamo parlato con l’autore.

Nel suo libro spazza via un buon numero di luoghi comuni e finte credenze che riguardano alcuni dei più importanti prodotti della tradizione gastronomica italiana. Possiamo parlare di vere e proprie “fake news” alimentari o è solo questione di marketing se alcuni prodotti del made in Italy sono così apprezzati in tutto il mondo?

In generale le storie che vengono raccontate sulle origini dei nostri prodotti tipici sono semplici operazioni di marketing, costruite per dare un’aura leggendaria a salumi, formaggi, vini e preparazioni varie. Ma la vera fake news è quella che attribuisce all’Italia una secolare tradizione gastronomica, mentre in realtà la cucina italiana ha una storia molto breve; fino a non molti decenni fa gli italiani hanno mangiato poco e male. Ciò non toglie che oggi la cucina e i prodotti italiani siano tra i più famosi e apprezzati nel mondo; è evidente che molto dipende dalla loro qualità, ma è altrettanto evidente che le storie più o meno inventate sulle loro origini ne hanno favorito il successo.

Lei ridimensiona la nascita e l’importanza di miti indiscussi come il Parmigiano Reggiano, il Pomodoro Pachino, il Marsala, il Panettone, il Lardo di Colonnata e molti altri ancora. Perché ha voluto intraprendere questa crociata alimentare contro il cibo italiano e cosa si aspetta che facciano i consumatori una volta letto il suo libro?

Innanzitutto la mia non è una crociata contro il cibo italiano, io sono uno storico e diciamo che ero semplicemente stanco di ascoltare storie inverosimili su questi prodotti e di sentirmi ripetere che gli italiani hanno vissuto da sempre nel paese dell’abbondanza e della buona cucina. Volevo anche rendere giustizia a quei milioni di italiani che hanno patito la fame e che per questo sono emigrati. Come dico nel libro, questi grandi flussi migratori hanno avuto un ruolo centrale nella nascita della cosiddetta cucina italiana. Per il resto, mi aspetto che i consumatori continuino ad apprezzare questi prodotti quando sono buoni, ma siano giustamente dubbiosi quando viene loro raccontato che quel determinato prodotto è stato inventato dagli antichi romani, dagli etruschi o ai tempi di Lucrezia Borgia.

E’ vero che il prodotto più rappresentativo del made in Italy nel mondo può essere benissimo la Nutella?

Io credo che la fama del cibo italiano debba molto ad alcuni prodotti industriali come il cornetto Algida, le ciliegie Fabbri, il panettone Motta e altri ancora. Ma è evidente che la Nutella ha conosciuto un successo planetario pressoché immediato e inarrestabile. La Nutella è per il cibo quello che è la Vespa per l’industria: un simbolo di qualità e di creatività che identificano il Made in Italy nel suo complesso.

Se Pellegrino Artusi, riconosciuto da molti come “padre” della cucina italiana, avesse potuto leggere il suo “Denominazione d’origine inventata” cosa pensa che avrebbe detto?

Forse sarebbe contento, in fondo io riconosco ad Artusi un ruolo centrale nella nascita della cucina italiana. Il fatto è che Artusi era un dilettante senza competenze specifiche e non aveva alcuna intenzione di creare una cucina nazionale, ma molto più semplicemente voleva scrivere un manuale pratico a uso e consumo di coloro che non facevano il cuoco di mestiere. Raccolse ricette da tutto il mondo, senza un metodo e senza un progetto, intrattenendo una fitta corrispondenza con i suoi lettori che suggerivano nuovi piatti e proponevano nuovi ingredienti e nuove soluzioni pratiche. La nostra in fondo è ancora oggi una cucina semplice e domestica e questo lo si deve anche all’opera di Pellegrino Artusi.

L’incontro di giovedì sarà moderato dal giornalista Stefano Labate.

r.santagati@lanuovaprovincia.it

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