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Ecco un “lavoro” da 8,44 ore al mese (e relativa paga)

La denuncia del sindacato, ma il lavoratore non ha potuto fare altro che accettare

«Nella nostra provincia è stato offerto ad una persona un contratto da 1,95 ore a settimana per poter lavorare nei servizi di una grande azienda. 1,95 ore, nessun arrotondamento: 0,65 ore al giorno per 3 giorni a settimana, per un totale di 8,44 ore al mese. Un contratto di lavoro accettato in quanto unica offerta che si è materializzata dopo mesi di ricerche e perché percepito come grande prova della propria abnegazione al lavoro». 

A parlare è Giorgia Perrone, segretario generale provinciale Nidil Cgil, la categoria che si occupa dei lavoratori atipici e precari, la quale si occupa anche dello Sportello di orientamento al lavoro del sindacato. 

La sindacalista sottolinea anche che quello indicato non è l’unico esempio del genere di cui è venuta a conoscenza quest’anno. «Solo nel 2017 – spiega – ho saputo di altri 4/5 casi simili. Casi eclatanti di una tendenza in atto, ovvero che la quantità, e quindi la collegata qualità, del lavoro si va riducendo progressivamente». 

Per quanto riguarda il caso delle 1,95 ore, poi, la sindacalista spiega come «il contratto è stato firmato nella speranza che le ore possano prima o poi aumentare. Un contratto accettato perché un disoccupato si sente ormai in dovere di dimostrare che la sua condizione non è causata dalla sua mancanza di voglia di lavorare. Le ore non sono mai aumentate ma la proroga seguita al contratto ha rinnovato la speranza di un riconoscimento dei propri sacrifici, riconoscimento che non è mai arrivato. Da mesi questo è l’unico contratto di una persona che ha una casa, bisogni primari da soddisfare e dei diritti. Come pagare le bollette, l’affitto e il cibo con 8,44 ore di lavoro al mese? Siamo in presenza di condizioni di lavoro in cui la persona è chiamata ad esercitare pratiche di vita estreme per arrivare alla fine del contratto di lavoro. Chi si affaccia ora nel mondo del lavoro, così come chi si trova improvvisamente sul mercato dopo 20-30 anni di servizio, può trovarsi oggi a valutare queste offerte indecenti. Dobbiamo invertire la rotta, tornare a indignarci per noi stessi, per i nostri figli, ma anche per i nostri genitori e tra un po’ anche per i nostri nonni. Si deve tornare a parlare di lavoro decente, di dignità umana e di crescita dei salari. Si deve tornare a valorizzare il lavoro umano, invece di comprimerlo in pillole di disperazione».

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