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dei fessi nei mitici anni ‘70
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Dal bar “Lupi” all’angolo
dei fessi nei mitici anni ‘70

Non so come, in quattro e quattr’otto ci troviamo catapultati in un corso brulicante di gente. Noto che il pantalone a zampa d’elefante imperversa e le signore hanno capelli vaporosi e cotonati.

Non so come, in quattro e quattr’otto ci troviamo catapultati in un corso brulicante di gente. Noto che il pantalone a zampa d’elefante imperversa e le signore hanno capelli vaporosi e cotonati. Una macchina ci sfreccia di fianco, una “A 112” con a bordo quattro ragazzi dalle basette importanti. Appare un po’ diverso da oggi, ma riconosco che si tratta di Corso Dante. Giorgio, il mio Virgilio, conferma la mia impressione. Iniziamo anche noi a passeggiare in mezzo alla gente. "Sai, a quest’epoca Corso Dante era la via per antonomasia in cui abitavano le famiglie facoltose. Abitare qui era un vero punto di arrivo e la gente, per sottolinearlo, era solita dire "Chiel lì l’è un che sta in Cours Dant".

Asti "passeggia" in Corso Dante e qui si svolge gran parte della movida cittadina, lo "struscio", come lo chiama Giorgio, inizia in Piazza Dante e termina in Piazza Alfieri, dove siamo diretti. Sul Corso si affacciano negozi molto belli, tanto che se avessi in tasca ancora qualche lira al posto degli euro, mi comprerei volentieri qualcosa di "vintage", ma Giorgio mi distoglie dai pensieri frivoli continuando a camminare. "Questi negozi erano davvero quelli di grido, Arbiter – attivo ancora oggi – e Cappuccetto Rosso, la cui proprietaria ha fatto sognare un paio di generazioni, una donna davvero bellissima." Mentre i passanti ci guardano incuriositi – probabilmente per come siamo vestiti – passiamo davanti al bar “Lupi” e guardiamo al di là della grande vetrata. Vedo molti signori stretti nei loro cappotti doppiopetto. "Qui dentro c’é l’elite astigiana".

I professionisti dell’epoca erano soliti frequentare il bar "Lupi", vero punto di riferimento del Corso. Giorgio mi spiega che gran parte della vita negli anni ‘70 si scandiva nei bar del centro e le diverse compagnie di amici erano soliti frequentarne uno in particolare. Arriviamo in Piazza Alieri, la trovo piacevolmente vivace! Si presenta diversa da oggi e soprattutto gremita di luoghi di ritrovo. "Guarda, uno dietro l’altro ci sono: il Cocchi, il bar Roma e il bar Asti, di fronte alla fiorista. Dall’altra parte della Piazza puoi vedere il Reale, la Cremeria Alieri con il dehor e il bar Cine", spiega la mia guida. "Mi ricordo che c’era una forma di rivalità tra chi frequentava il bar Cocchi e coloro che invece erano soliti andare al bar Cine. La Cremeria era il bar frequentato dai ventenni come me a quest’epoca, soprattutto d’estate con la mia compagnia eravamo soliti trascorrere il tempo nel suo dehor. Fino a quando ha chiuso. E ci siamo spostati tutti al bar Cocchi, dove abbiamo vissuto momenti davvero indimenticabili."

Chiedo a Giorgio di portarmi a prendere un café al Cocchi in versione anni ‘70, ma arrivati all’angolo che lo precede il mio Virgilio mi ferma di scatto e sorride. "Quest’angolo è conosciuto dagli astigiani come "l’angolo dei fessi" e sono stati in molti a sostare qui e a prendersi quell’appellativo. Io associo questo posto ad un amico, Charlie Accomasso, perché ha praticamente scritto di tutti quelli che a quest’epoca erano soliti passare di qui. Charlie era infatti una delle anime della goliardia astigiana, nonché il deus ex machina de "L’Intervallo", il giornale studentesco allora inserto della Nuova Provincia. Oltre ad avere inventato il personaggio di "Giacu Truss", contadino divertente di cui i lettori aspettavano sempre le nuove avventure, Charlie con una sagace maestria non comune, faceva gossip cittadino a livello studentesco. Il risultato diventò che non essere citato dall’Intervallo era addirittura un’infamia ma anche l’essere troppo citato costituiva la stessa infamia."

Girato l’angolo dei fessi entriamo al Cocchi e qui capisco che Giorgio si emoziona. Saluta i proprietari dietro il bancone, Domenico detto "Mini" e Beppe e mi dice: "In questo posto per una serie di circostanze favorevoli che non saprei spiegare, abbiamo vissuto un momento storico indimenticabile. Qui a vent’anni ci siamo mescolati e integrati ad un’altra generazione, più grande di noi, creando un favoloso agglomerato eterogeneo per età e per estrazione, inspiegabile alchimia. Le credenziali per accedere alla grande compagnia del Cocchi erano la simpatia e una sana propensione alla caciara." Giorgio indica le scale e mi spiega che quei signori che le salgono stanno andando a giocare a carte nelle sale di sopra. "I giochi come scala quaranta, mitigate, cirulla sono tra i motivi per cui il Cocchi era anche frequentato da generazioni più grandi." Giorgio saluta qualcuno e io, come una mosca, mi avvicino. Sono i suoi amici che chiama con i soprannomi di "Minaccia" e "Tenace".

Si volta e mi dice che non si può essere al Cocchi negli anni ‘70 senza incontrare Gigi Corosu, detto Gigione. Gli chiedo di spiegarmi chi è prima di presentarmelo. "Gigione è uno dei più grandi gaudenti da quando l’uomo cammina eretto ed è il padre putativo da un punto di vista sentimentale di quelli della mia generazione, sempre pronto a dispensare consigli e a declamare massime. Ha un carisma particolare e un talento unico nel farsi volere bene. Gigione, preso e messo nudo a New York alle otto del mattino a mezzogiorno avrebbe già avuto dei vestiti, una macchina e un posto per andare a cena." Ci presentiamo e mentre parliamo mi sofermo a guardare le persone al bancone del bar, Giorgio soddisfa subito la mia curiosità senza darmi il tempo di fare domande.

"Quello lì con i capelli lunghi è il pittore -chitarrista che viene da Alba. Sta bevendo come al solito il suo flûte di champagne. Ha una caratteristica, quando finisce di bere si mangia il bicchiere." Penso che Giorgio mi stia prendendo in giro, ma mi volto perché sento il rumore di vetri rotti. È tutto vero. L’artista, ha appena masticato il suo bicchiere tra le acclamazioni del bar! Tanto è stato lo stupore per questo posto un po’ magico che nel frattempo il mio cafè è rimasto intatto e freddo, mi sono dimenticata di berlo. Faccio per ordinarne un altro, ma Giorgio mi ferma dicendo che dobbiamo andare. Fuori dal bar è parcheggiata una Mini Country Cooper che sembra aspettarci. Infatti saliamo a bordo, ovviamente guida Giorgio. Chissà dove mi porterà e cosa ci aspetta!

Alessia Conti

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