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Il Consorzio dell’Asti raduna la parte agricola in vista dell’assemblea del 4 novembre

Sblocco della “riserva” vendemmiale, vendite in crescita, giacenze stabili i punti salienti. Giovanni Bosco: . Stefano Ricagno: .

Sblocco della riserva vendemmiale, aumento della redditività, crescita del mercato a due cifre. Temi venuti a galla, giovedì, nel primo incontro organizzato dalla parte agricola del Consorzio dell’Asti e del Moscato d’Asti Docg a Santo Stefano Belbo. Palazzetto dello sport trasformato in sala-incontri con il presidente Lorenzo Barbero, il direttore Giacomo Pondini, i vicepresidenti Stefano Ricagno e Flavio Scagliola e i consiglieri a fare da ciceroni su argomenti di stretta attualità.

Stefano Ricagno ha tirato le prime somme della campagna vendemmiale. «Dal 30% delle denunce di raccolto presentate in  Regione emerge che la resa media, per ettaro, è stata di 98-99 quintali, con riserva di circa 10-11 quintali». Quantità di mosto, quest’ultima, che verrà sbloccata con il meccanismo blocage/deblocage. «Abbiamo deciso, dopo riflessioni e un lungo confronto, di offrire questa possibilità alle aziende spumantiere – ha sottolineato Ricagno -. Sarà un percorso che si chiuderà forse a dicembre, ma è un segnale che offriamo a chi imbottiglia per affrontare il periodo di maggiori vendite con tranquillità».

E’ il mercato che guida le scelte. Giacomo Pondini lo ha ben illustrato con una serie di numeri sciorinati davanti a moscatisti, organizzazioni sindacali e qualche imbottigliatore. Le fascette consegnate a fine ottobre sono +14% per il Moscato e l’8,5% in più sull’Asti rispetto allo stesso periodo del 2020. Crescono i mercati. In cima alla classifica ci sono gli Usa con 17,5 milioni di bottiglie, seguiti dalla Russia con 4.4 milioni di pezzi. C’è poi la Gran Bretagna con 3,5 milioni di tappi fatti saltare, seguita dall’Italia con 3,4 milioni di venduto.

A sollecitare la riflessione Giovanni Bosco, già fondatore del Ctm e moscatista appassionato. «Le scelte delle rese sono state altalenanti: solo cinque volte in 28 anni si sono toccati i 100 quintali/ettaro» ha ricordato. Mettendo il dito in sua personalissima piaga: «L’Asti secco non funziona». Rintuzzato da Stefano Ricagno. «Io lo chiamo Asti Dry in tutte le sue versioni. Ricordiamoci che è un prodotto molto apprezzano, soprattutto all’estero. Ma dobbiamo essere noi a crederci per primi. Quanti di noi vanno in un bar e chiedono un Asti Dry per aperitivo? Non è così nella terra del Prosecco»

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