La mia vita se non fossi nato in Italia
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La mia vita se non fossi nato in Italia

Chi di voi, da bambino, non si è interrogato su come sarebbe stata la propria vita se il destino non l’avesse fatto nascere nella nostra amata Italia? Questo rappresenta un puerile gioco che

Chi di voi, da bambino, non si è interrogato su come sarebbe stata la propria vita se il destino non l’avesse fatto nascere nella nostra amata Italia? Questo rappresenta un puerile gioco che consiste nel proiettare la propria esistenza in un contesto lontano e riscrivere la storia della propria vita in armonia con esso. Io, come molti altri studenti, ho deciso di soddisfare questo infantile capriccio e ho aderito ad un progetto di scambio che, lo scorso autunno, mi ha portato a vivere tre mesi nella gelida Svezia, ritagliandomi avidamente uno spazio all’interno dell’intimità domestica della famiglia da cui proviene il ragazzo che sto a mia volta ospitando. Il paradigma dello scambio culturale trova, forse, proprio nel prosaico confronto con una nuova quotidianità il suo punto di massima esplicazione, stringendo un forte legame emotivo tra un ragazzo e una terra a lui inizialmente sconosciuta.

Cercando un’immagine efficace, egli, durante la breve parentesi all’estero, diventa musicista di un grandioso concerto che interiorizza nella sua complessità e da cui scaturisce un grande patrimonio di esperienze e sensazioni; similmente ai passi dei violini e al fragore delle trombe che, dopo aver trasportato con grande passione il musicista, risuonano nelle orecchie anche fuori dal teatro, infatti, le immagini e le sensazioni rimangono impresse nell’intimo dello studente, formando, però, un ricco bagaglio destinato a perdurare. Per quanto mi riguarda, richiamo vividamente i momenti che caratterizzavano la mia quotidianità svedese: le fredde corse in bici per raggiungere la scuola di prima mattina, le voci dei miei coetanei, tanto simili alla mia quanto per me incomprensibili, la luce inconfondibilmente nordica che inondava le strade; tutti ricordi che, nella loro disarmante semplicità, producono in me impareggiabili sentimenti.

La condivisione di questi momenti con Anton (il ragazzo svedese che mi ha ospitato e che sto a mia volta ospitando da un mese a questa parte), inoltre, rappresenta il ‘do ut des’ fondante dell’intero progetto: un contatto che segna indelebilmente due vite appartenenti a realtà lontane, se non altro dal punto di vista geografico. E’ fondamentale, dunque, che un’avventura del genere sia intrapresa in giovane età – solitamente durante il quarto anno di liceo – cosicché si possa apprezzare al massimo grazie alla sensibilità emotiva propria della prima gioventù. Ci sarebbero infinte cose da raccontare su un’esperienza simile e spero di essere riuscito a trasmettere ai lettori l’entusiasmo che accompagna ogni anno moltissimi ragazzi nel percorrere questa strada, una delle più soddisfacenti che un giovane studente possa scegliere.

Riccardo Ronco

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