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A Belveglio tre giorni di incontri tra divulgazione, formazione e approfondimento per ricordare la figura di Adriano Olivetti

Ricorrono i 60 anni dalla scomparsa di Adriano Olivetti. Il suo progetto fu un’opportunità mancata per il nostro paese, ma è ancora un grande esempio, di cui eventi come questo mantengono viva la memoria» ha commentato l’imprenditrice

adriano olivetti

Tre giorni di incontri sulla figura di Adriano Olivetti

Fu nientemeno che Enrico Fermi, in una visita agli stabilimenti della Olivetti, a suggerire di una riconversione all’elettronica. «Roberto, il più giovane della famiglia, si appassionò all’idea, in un’epoca in cui forse un migliaio di persone conoscevano, in Italia, il significato della parola “elettronica” – ha raccontato Enrico Bandiera, Direttore dell’Archivio Storico Olivetti. – Seguì il contatto con Mario Tchou, giovane ingegnere che teneva il primo corso di elettronica alla Columbia University». Gli fu chiesto di tornare nel nostro paese per sviluppare il primo elaboratore, ovvero computer, tricolore: «Un progetto che, in modo ancora più sorprendente, si sviluppò in collaborazione con l’Università di Pisa».

Nella cornice del Mollificio Astigiano

È questo uno dei molti aneddoti emersi dalla prima di una “tre giorni” tra divulgazione, formazione e approfondimento sulla figura di Adriano Olivetti, l’azienda, la famiglia e l’eredità, nella perfetta cornice del Mollificio Astigiano, azienda di eccellenza del territorio che fa suoi molti valori del celebre imprenditore. I titolari Pia Giovine e Marco Prainito hanno fortemente voluto il progetto – incentrato, oltre che sulle giornate di incontri e spettacoli, su una mostra ospitata e integrata con i macchinari stessi, illustrata da Gino Vercelli e Gabriele Sanzo – rinviandolo ma non annullandolo dopo il “lockdown.”

60 anni dalla scomparsa di Olivetti

«Ricorrono i 60 anni dalla scomparsa di Adriano Olivetti. Il suo progetto fu un’opportunità mancata per il nostro paese, ma è ancora un grande esempio, di cui eventi come questo mantengono viva la memoria» ha commentato l’imprenditrice. Folta presenza di pubblico e autorità alla giornata introduttiva, quella di giovedì, con una altrettanto ricca prosecuzione. Hanno portato i propri racconti e testimonianze il sociologo Sergio De La Pierre; l’ex dirigente Maria Aprile, che fu direttore delle risorse umane e direttore commerciale nell’ambito di Olivetti Italia; Paolo Rebaudengo, sociologo e socio fondatore dell’Associazione Olivettiana; il docente Giuseppe De Paolini; Giuseppe Silmo, autore del libro “Olivetti.

Incontro con i giornalisti

Una storia breve”; con i giornalisti Roberta Favrin, Francesco Antonioli e Sergio Miravalle in veste di intervistatori. Fondatore della famiglia, e dell’azienda omonima, fu Camillo, scomparso nel 1943. Adriano ne proseguì il percorso, dopo aver studiato in USA il lavoro di Henry Ford, a cui avrebbe per tutta la vita, in modo pratico, tentato di dare risposta alle criticità più evidenti: dalla necessità di preservare l’identità individuale degli operai, dentro e fuori dalla fabbrica (simbolo, i Servizi Sociali, realtà aziendale parallela e complementare destinata a trovare modi per agevolare le vite dei dipendenti) all’apertura di centri ricerca nel mondo, tutti con il comune denominatore di mettere creatività al centro e dare occasione alle persone di realizzare il proprio potenziale. Al punto da rifiutare di assumere un giovane laureato, con voti eccellenti, che alla domanda sulla miglior caratteristica per un dipendente, rispose: “il buonsenso”. «Non lo voglio, è già vecchio» pare avesse commentato Olivetti.
Fulvio Gatti

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