Danilo Moiso
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Al Maina l’amaro sfogo dello chef già responsabile della cucina che passa parte del tempo «a contare le piastrelle»

Danilo Moiso, 55 anni, racconta come il servizio interno, una volta considerato un’eccellenza, sia stato “falcidiato” da scelte sbagliate

Fino a pochi anni fa era il fiore all’occhiello del Maina, tanto che nel 2019 fu anche teatro della gara di cucina “Masterchef Over”, ma con l’aumentare dei debiti e la crisi che ha investito la struttura è stata praticamente azzerata. La cucina della Casa di Riposo “Città di Asti” è uno di quei servizi che maggiormente è stato azzoppato dalla situazione di crisi, «ma anche da scelte sbagliate operate da chi avrebbe dovuto gestire l’emergenza».

A sostenerlo è Danilo Moiso (nella foto), 55 anni, addetto chef alla mensa, sindacalista Cse Flpl e oggi nella RSU: «Se oggi siamo a questo punto la colpa è anche imputabile a scelte molto discutibili fatte nel corso degli ultimi anni da parte degli amministratori della Casa di Riposo». Ai tempi della Giunta Brignolo la cucina dell’IPAB istituì, tra le prime in Italia, un servizio di pasti a domicilio (circa 120 pasti quotidiani) che rendevano almeno 700 euro al giorno. Tutto questo in più rispetto alla preparazione dei pasti per tutti i degenti del pensionato. «Fummo i primi a lanciare quel tipo di servizio con un ottimo riscontro – ricorda Moiso, uno dei sei addetti al servizio mensa, oggi esternalizzato, che ha visto ridursi quasi del tutto il suo compito – Purtroppo il progetto dei pasti a domicilio fu interrotto. Sotto l’ex commissario Camisola ci fu “la bella idea”, si fa per dire, di appaltare il servizio mensa all’esterno. La cucina venne adoperata, ma dopo tre anni emersero problemi strutturali dei locali culminati con la disputa legale, ancora in corso tra la Casa di Riposo e la società appaltatrice del servizio, la Dussmann, su chi avesse dovuto pagare gli interventi per renderla nuovamente utilizzabile. Un anno fa è subentrato un altro gestore esterno e per noi della cucina la situazione è peggiorata perché i nostri compiti sono stati quasi del tutto azzerati».

L’appalto esterno per la preparazione dei pasti, come racconta Moiso, ha sancito un sottodimensionamento del suo ruolo di chef e quello degli altri sei addetti. «In cucina ci sono 920 piastrelle, 460 per 2 lati, come ho imparato a contare nel corso di tutte le ore durante le quali non faccio nulla. Noi cuochi siamo rimasti a guardare il muro – continua il sindacalista – Pensi che in piena pandemia ci hanno suggerito di andare a lavorare nei reparti per vedere come le OSS “presentassero” i piatti cucinati all’esterno. Si figuri che razza di mansione fosse. Oggi il mio lavoro, in presenza, cinque giorni su sette, dalle 7,20 alle 14,30, consiste nel mandare quattro mail alla settimana e caricare 210 dati su Excel. Abbiamo anche chiesto di essere inseriti nell’organico amministrativo, ma la risposta è stata no».

Gli addetti alla mensa sono tra i primi ad aver avuto gli avvisi della procedura di mobilità. «A parte che mi chiedo dove prenderanno i soldi per pagarci la mobilità – continua Moiso – Nel frattempo ho agito legalmente contro l’attuale amministrazione della Casa di Riposo per comportamento antisindacale. Poi farò causa per via del demansionamento dal momento che ritengo di aver subito un danno». Oggi delle sei persone che lavoravano nella cucina della Casa di Riposo ne sono state ricollocate tre nei reparti («fanno lavori di assistenza ausiliare» continua Moiso).

«Siamo rimasti io, il mio collega e il magazziniere e credo che sia doverosa la nostra richiesta di avere un compito consono al nostro livello». Anche per loro da parte del commissario Pasino non è mancata l’offerta di ricollocarsi nella struttura con altre mansioni, nei reparti, oppure la proposta di accettare un lavoro nella ditta che opera nella ristorazione, ma nulla da fare. «Quello che fa rabbia non è solo il tempo perso e il rischio di perdere il lavoro che incombe su persone non più giovani, – conclude il sindacalista – Fa rabbia pensare che l’attuale commissario Pasino sia stato incensato per mesi e che oggi siamo a questo punto. Si lamentano che la Fondazione CrAsti non eroghi 500mila euro in favore dell’IPAB, ma qui stiamo parlando di un debito che supera 8 milioni di euro e di un piano di ristrutturazione che necessita di altri 12».

Sul caso sollevato da Moiso non manca una replica dello stesso commissario che risponde: «Di sei addetti che lavoravano alla mensa, tre hanno accettato il ricollocamento in reparto, quindi forse la soluzione poteva essere accolta da tutti ed era più che condivisibile data la situazione. La cucina è inutilizzabile nelle condizioni in cui l’ho trovata un anno fa ed è per questo che abbiamo proposto un ricollocamento degli addetti nei reparti, proprio per non lasciarli a contare le piastrelle».

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