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Allarme cinghiali: «Le doppiette non bastano»

In cinque anni è diventato il “re dei  problemi” degli agricoltori: la proliferazione esponenziale di cinghiali nelle campagne che flagellano coltivazioni, orti, raccolti, strade, prati. Le

In cinque anni è diventato il “re dei  problemi” degli agricoltori: la proliferazione esponenziale di cinghiali nelle campagne che flagellano coltivazioni, orti, raccolti, strade, prati. Le associazioni agricole hanno intensificato le loro grida d’allarme e le richieste di intervento massiccio alla Provincia di Asti e all’Atc; sono stati fatti già diversi incontri per arginare il problema, il commissario Ardia ha ordinato una campagna di contenimento nei mesi di febbraio, marzo e aprile, ma la conta dei danni è sempre molto alta. Difficile dire come mai si sia arrivati a questa situazione di emergenza, ma due fattori sono stati determinanti: l’alta proliferazione della specie molto robusta (una femmina di cinghiale partorisce, in un anno, dai 12 ai 14 piccoli) e l’espansione delle zone boscose e non coltivate in larga parte di territorio, fino al limitare dei campi di mais, di grano e degli orti. I cinghiali si nascondono nelle foreste e di notte vanno a nutrirsi dove trovano i semi.

«L’anno scorso -spiega Antonello Murgia, presidente dell’Atc1 Nord Tanaro- abbiamo periziato danni ai raccolti per 90 mila euro con una quota di 30 mila euro nella sola zona di Castelnuovo Don Bosco. Quest’anno, ad ora, ci siamo fermati vicino ai 20 mila euro, registrando un trend in diminuzione. Teniamo anche conto che gli effetti delle politiche di contenimento vanno misurate lungo diversi anni». Senza contare tutte le migliaia di euro di danni che sfuggono ad ogni statistica: sono quelli degli automobilisti che hanno “investito” cinghiali che attraversavano la strada e che, salvo rari casi di copertura assicurativa, si sono tenuti l’automobile sfasciata e il carrozziere da pagare. O gli orti e le altre coltivazioni dei privati che non hanno diritto al risarcimento oppure ancora i danni ad arredi giardino o attacchi ai cani da guardia nelle case più isolate e non recintate i cui cortili sono raggiunti dai cinghiali.

Impossibile fare un censimento degli animali presenti sul territorio. Certo, invece, il bilancio degli abbattimenti: nel giro di un anno sono stati abbattuti 1500 cinghiali compreso il centinaio in quota alle guardie provinciali. Nei soli tre mesi di battute straordinarie da febbraio ad aprile, le 27 squadre impegnate, hanno ucciso 445 cinghiali, (190 nel territorio Atc nord e 130 nell’Atc sud). «Ma è evidente che la diffusione non accenna a placarsi -continua Murgia- e, a questo punto, è altrettanto evidente, che le doppiette non bastano ad arginare il problema, bisogna intervenire ad altri livelli». Quali? Intanto, per arginare almeno le emorragie di cassa degli Ambiti territoriali di caccia che si sono visti quasi azzerare i trasferimenti dalla Regione ma che sono tenuti a risarcire i danni agli agricoltori, si può ricorrere ad una diffusa installazione del cosiddetto “pastore elettrico”, ovvero il filo elettrificato che, messo tutto intorno all’appezzamento da salvaguardare, viene alimentato da una batteria che sprigiona una lieve scossa al contatto.

Un metodo che scoraggia l’invasione dei cinghiali. Con una spesa iniziale di circa 150 euro per le batterie e un costo abbordabile del filo elettrico, almeno gli orti e le colture più pregiate potrebbe essere così salvate, ogni anno, dalla furia dei cinghiali. «E l’Atc -dice il presidente- si rende disponibile a partecipare all’investimento dei privati, se questo significa non dover più pagare i danni allo stesso campo ogni anno». Un sistema che vale per gli orti, ma che gli agricoltori non ritengono utile per i grandi campi di mais e grano, in quanto, con la crescita, il filo verrebbe sommerso dall’erba e dalle piante e si scaricherebbe la batteria in poche ore. E allora puntiamo più in alto. «Visto che non è solo un problema dell’Astigiano -dice ancora Murgia con Piero Mortara e Aldo Rosio, rispettivamente vicepresidente Enalcaccia e presidente Federcaccia- ma di buona parte del Nord Italia, perchè le regioni non si mettono d’accordo e commissionano uno studio scientifico per soluzioni a lungo termine e a vasto raggio di contenimento della specie? Da soli non ce la faremo mai».

Ricordando che i cacciatori vanno a caccia per hobby e nessuno può loro imporre il contenimento dei cinghiali o avere pretese su risultati e numeri. «Cacciatori che sono una specie in via di estinzione -scherza amaramente Mortara- dai 3 mila iscritti di dieci anni fa, si è passati ai 1600 attuali. Con una perdita secca di 300 iscritti dall’anno scorso a quest’anno. E un’età media che supera i 65 anni». E poi l’Atc è un Ambito che dovrebbe occuparsi di tutti i tipi di caccia e non solo del contenimento dei cinghiali, dove attualmente dirotta invece gran parte delle risorse. L’avanzo di amministrazione del 2012 è andato ad anticipare i danni da cinghiali agli agricoltori in attesa del giroconto della Regione e quest’anno sono stati immessi 4 mila nuovi fagiani da ripopolamento contro i 10-12 mila che sarebbero stati necessari. «E’ anche per questo che molti cacciatori dismettono il tesserino -sottolinea Rosio- perchè chi non è interessato alle battute al cinghiale trova sempre meno e si stufa».

Daniela Peira

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