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Gianluigi Follo
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Asti, trovato il nipote di Dario Penasso: «Mio zio morì per quella notte in mare passata ad inghiottire gasolio»

L’appello del nostro giornale di ricerca dei parenti del sopravvissuto all’affondamento del Conte Rosso ha portato i suoi frutti.

«E’ successo tutto in meno di mezza giornata e la mia vita e i miei ricordi di famiglia sono totalmente cambiati. Ancora non riesco a crederci». A parlare è un emozionatissimo Gianluigi Follo, noto imprenditore astigiano nel settore delle bilance, nipote di quel Dario Penasso cercato, attraverso le pagine del nostro giornale, da Marco Montagnani, presidente del Nastro Azzurro di Asti e autore di un libro (e una ricerca durata vent’anni) sull’affondamento del piroscafo Conte Rosso.
Un primo appello per cercare informazioni su Penasso l’avevamo già fatto nel novembre del 2023, all’uscita del libro di Montagnani. Dario Penasso, astigiano, risultava uno dei sopravvissuti a quel tragico siluramento del piroscafo usato per scopi militari affondato al largo di Siracusa mentre trasportava soldati specializzati a Tripoli, nel maggio del 1941.
«Non avevo visto il primo appello. Ma ho visto quello pubblicato sul sito de La Nuova Provincia sabato scorso – dice Follo – Anzi è stato mio figlio che mi ha detto “Papà, guarda, cercano parenti dello zio”. Indescrivibile l’emozione».
Di Penasso si erano perse le tracce al suo ritorno ad Asti e Montagnani era riuscito, solo una settimana fa, a scoprire che era sepolto al cimitero di San Marzanotto. In una tomba di famiglia che rivelava come fosse morto dieci anni dopo il naufragio cui sopravvisse, all’età di 30 anni. Con quella scritta sulla lapide “Morì per la patria”. Eppure lui fu uno dei pochi sopravvissuti all’affondamento e la data di morte è collocata sei anni dopo la fine della guerra.
E’ proprio il nipote Gianluigi Follo a spiegare il perchè di quella scritta.
«Dario era fratello di mia madre Margherita. Io, per ragioni di età, non lo conobbi, ma mia madre qualcosa, nel tempo, me lo raccontò. Pochi mesi dopo l’affondamento, Dario perse la madre, mia nonna materna a seguito di complicanze da parto. Mio nonno, che di mestiere faceva il cavatore di ghiaia dal Tanaro e il muratore, rimase vedovo con cinque figli e si trasferì a vivere a Trincere, a casa di sua madre perchè l’aiutasse ad allevare i ragazzi. E visse il dolore della morte di Dario».
Per  una causa strettamente legata al Conte Rosso.
«Quella tragica notte in cui il piroscafo venne colpito da due siluri e affondò in meno di 10 minuti – prosegue Gianluigi che ha ricostruito la vicenda grazie al libro di Montagnani e al documentario sul Conte Rosso proiettato da Cinema Cinema – mio zio rimase in acqua per oltre 10 ore prima di essere salvato. Al di là del terrore di annegare da un momento all’altro, il problema grande fu che tutti i sopravvissuti galleggiavano in un mare di nafta fuoriuscita dai serbatoi colpiti. Inghiottirono acqua di mare mista a carburante e respirarono i fumi del gasolio per ore».
Dario sopravvisse, ma con gravissimi danni ai suoi polmoni.
«Tornato a casa, fece il giro dei sanatori piemontesi, mi raccontava mia madre, ma le sue condizioni di respiro peggiorarono gradualmente fino a portarlo alla morte dieci anni dopo il naufragio, dopo una lunga sofferenza in cui ha avuto sempre vicino la sua fidanzata, Lena».
Dopo la sua morte, il padre di Dario (Luigi), i suoi fratelli e una sorella emigrarono in America. Solo Margherita restò ad Asti perchè era già fidanzata con il padre di Gianluigi. Luigi fece ritorno ad Asti dopo qualche anno perchè voleva morire qui mentre i figli rimasero negli Stati Uniti.
Margherita rimase la sola testimone in famiglia di quella storia di cui si seppe sempre molto poco. Un po’ perchè il regime allora non volle far trapelare le dimensioni della tragedia. Un po’ perchè lo stesso Dario, come molti reduci, non amava parlarne.
«Ho conservato le foto di zio Dario, sia in divisa, sia in vestiti civili dopo il suo rientro – dice Gianluigi – e dopo aver saputo tutte queste cose io e la mia famiglia penseremo a lui con ancora più tenerezza, sapendo cosa ha passato. E sono felice che uno dei miei due figli porti il suo nome».

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