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Asti, ultimo giorno in Asl per il dottor Messori Ioli: «Lascio un’eccellenza della sanità piemontese»

Scade il suo mandato di commissario straordinario che per metà è stato vissuto affrontando la pandemia da Covid

Ultimo giorno, oggi, per Giovanni Messori Ioli alla guida dell’Asl di Asti in veste di Commissario Straordinario.

A partire formalmente da domani, entrerà in carica il direttore generale Flavio Boraso, nominato due mesi fa dalla giunta Cirio e il dottor Messori Ioli andrà ad occuparsi di controllo di gestione presso l’Asl di Chieri.

All’Asl di Asti il dottor Messori Ioli è rimasto poco meno di due anni, da quando, nel febbraio del 2019, è subentrato al dottor Alparone il quale, pur fresco di nomina astigiana, era stato nominato a capo di una Asl lombarda, sua terra di origine.

Come è stata la sua esperienza astigiana fino alla comparsa del Covid?

E’ stata sfidante ma molto bella perchè ho lavorato per un’Asl che non conoscevo, con persone che non conoscevo e problemi che non conoscevo, ma ho scelto, come è nel mio DNA,  di pormi in posizione di ascolto per farmi un’idea precisa di quale era la situazione per poi prendere le decisioni che mi sembravano migliori. Qui ho trovato una grande squadra di professionisti in una struttura ospedaliera fra le migliori del Piemonte.

I risultati più evidenti?

Penso al tempo zero, un servizio che sembrava inattaccabile e che in effetti, quando venne istituito era stata una idea innovativa ma i tempi erano maturi per passare al tempo “2.0” per dare la possibilità a tutti di prenotarsi e avere la certezza di passare, senza le levatacce alle 4 del mattino nella speranza di riuscire a farsi visitare. Ma ho trovato molte resistenze nel far capire che in realtà è stato un passo avanti, non una perdita di un servizio. E poi le apparecchiature: abbiamo rinnovato tre macchinari Tac e chiuso con un pareggio in attivo che ci ha consentito di acquistare una nuova macchina per la risonanza magnetica nucleare che verrà installata nei prossimi mesi. E ho fatto ripartire l’iter per la progettazione esecutiva del nuovo ospedale Valle Belbo, conclusa qualche mese fa che andrà a omogeneizzarsi con il piano aggiuntivo approvato dalla Regione. Quel progetto non è mai stato fermo. Grande lavoro sugli obiettivi aziendali interni. Sono risultati importanti in un panorama sanitario sempre “al limite” che abbiamo raggiunto in un percorso trasparente.

E poi è arrivato il Covid.

Ci siamo resi conto dell’enormità di quanto stesse accadendo con il contagio nella casa di riposo di Portacomaro, fra le prime a livello regionale a contare tanti positivi in un’unica comunità. Con le ambulanza che portavano continuamente pazienti in ospedale da quel luogo. E lì sono cominciate le grandi angosce sulla nostra responsabilità nell’affrontare cosa ci si stava parando che si aggiungevano a quelle private e personali. Nessuno di noi poteva essere preparato ad una cosa del genere. Dico sempre, in risposta alle critiche che ogni tanto si levavano,  che “essere preparati” avrebbe significato avere venti ospedali dove ce n’era uno. E’ evidente che non fosse  fattibile né sostenibile. La strada è quella di limitare la circolazione del virus, come si sta facendo ora.

Quanto le ha fatto male il servizio di Report?

E’ stato un momento triste perché io ho sempre impostato la comunicazione in modo diretto, franco e leale. Report ha cercato in modo strumentale di andare a sottolineare delle presunte mancanze e di un’intervista di tre quarti d’ora ha estrapolato solo pochi secondi che non davano un’informazione oggettiva e corretta. Per fortuna ho anche ricevuto molti messaggi di colleghi e cittadini che mi hanno confortato dicendo che sapevano quanto fosse stata distorta la realtà.

Il Covid ha fatto però anche emergere l’attaccamento del territorio al suo ospedale.

Ci sono stati molti giorni in cui ricevevo direttamente sul mio cellulare chiamate di persone che volevano donare all’ospedale. E non posso dimenticare quando, senza filtri, ho ricevuto la chiamata che mi annunciava il dono di 500 mila euro da parte della Banca d’Asti e dei suoi dipendenti. E mi chiedeva di mandargli subito l’Iban dell’Asl per fare il versamento. Ma sono stati tantissimi gli esempi di solidarietà, dalla Fondazione Crasti ai Club di Servizio a tutti gli altri benefattori. I soldi sono stati tutti spesi per affrontare il coronavirus. Abbiamo praticamente raddoppiato il pronto soccorso per avere quello “parallelo” per i sospetti  Covid. E quando terminerà l’emergenza sanitaria, sarà un valore aggiunto per tutta la struttura.

Il Covid cosa ha insegnato all’organizzazione generale dell’Asl?

A lavorare sulla flessibilità di strutture e personale. Il Covid ci ha insegnato che le esigenze sanitarie possono cambiare all’improvviso e questo ci ha spinto a riorganizzare sia gli spazi, rendendoli più modulari, sia gli acquisti dei macchinari che devono servire per più tipologie di pazienti. E questo garantisce un valore aggiunto anche per i prossimi decenni. E abbiamo riscoperto anche una grande unità di intenti con la Prefettura, le forze dell’ordine e tutte le istituzioni del territorio. Mi sono emozionato molto quando il Prefetto mi ha consegnato la medaglia in segno di riconoscenza per il lavoro svolto durante il momenti più acuti della pandemia.

E, poi, la lezione più grande, è stata quella di metterci di fronte alla possibilità di ammalarci e di morire insegnandoci ad apprezzare maggiormente la salute e il valore dei rapporti umani.

Che Asl lascia in eredità ad dottor Boraso?

Una migliore organizzazione delle liste di attesa, i passi avanti sul nuovo ospedale della Valle Belbo, la sostituzione di tre nuove tac in un mese, un clima di lavoro di collaborazione senza troppe sovrastrutture dove l’attenzione è concentrata sui contenuti. Questa  è un’Asl con grandi potenzialità: ospedale nuovo, professionisti straordinari e un territorio pronto a lavorare in sinergia con l’autorità sanitaria.

Daniela Peira

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