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Bucefalo: «Il 2012? È stato l’anno in cui sono rinato»

Intervista con il trionfatore del Palio 2012, rilanciato dal successo in biancoverde e ora pronto a correre per i colori del Borgo Tanaro. «Ai “tanarini” vorrei far rivivere le emozioni del 1990, quando trionfai con Phantasm»

«Se vinco mi ritiro, voglio fare come Massimo (Coghe, n.d.r.) che ha chiuso in bellezza». Siamo nel dicembre 2011 e a parlare è Maurizio Farnetani, detto Bucefalo, fantino che ai tempi vantava sette vittorie nel nostro Palio. Estrapoliamo questa sua dichiarazione da una lunga intervista che ci concesse. Lo ritroviamo tredici mesi dopo e nel frattempo sono accadute molte cose. Una su tutte: il 16 settembre 2012 il “Buce” ha trionfato per l’ottava volta in piazza Alfieri indossando la casacca del Rione San Martino Borgo San Rocco, dando ulteriore lustro ad una luminosa carriera.
Maurizio, perchè non ti sei ritirato? Hai clamorosamente smentito quanto avevi affermato…
«E’ vero, dissi che avrei mollato in caso di vittoria. Ma venivo da alcune apparizioni deludenti ad Asti e il successo mi ha fatto capire che potevo ancora competere ad alti livelli».

Insomma, non eri bollito come alcuni sostenevano?
«Infatti. Ho smentito tutti i miei detrattori. Quelli che prima del Palio ed il giorno stesso della corsa, dalle tribune, mi prendevano per i fondelli. Ho voluto dare una dimostrazione forte. La vittoria è stata per me una formidabile iniezione di fiducia. Mio figlio ama il calcio, ed è anche bravino. Meglio non esagerare però, sennò si monta la testa. Se gli fosse piaciuto fare il fantino avrei iniziato a seguirlo e il mio distacco dal mondo delle corse sarebbe stato meno traumatico. Invece non è così e perciò tengo duro».
Che cosa ha rappresentato per te il 2012?
«La rinascita, la felicità. Sapevo di poter ancora fare molto, ma le ultime esperienze ad Asti mi avevano un po’ segnato. Anche se, nel 2011, quando corsi per Canelli e il Coghe mi parò, ragionavo e in cuor mio dicevo: “a parti invertite, io terzo e lui quarto, non lo avrei fatto passare e sarei andato in finale. E una volta arrivato lì avrei provato a vincere”. Io non mi presento al canapo soltanto per bollare il cartellino. Quando sono lì, nella “confusione”, nella lotta, mi esalto. Ho sempre corso per vincere e finchè non mi ritirerò mi batterò per il successo».

Hai parlato di rinascita, di felicità, due sensazioni che hai provato grazie ad un Rione e Borgo insieme che ti ha concesso forse l’ultima possibilità della tua carriera…
«Dici bene. Devo tantissimo a San Martino San Rocco e fin da quando, a Legnano, nel marzo 2012, trovammo l’accordo economico mi riproposi di ringraziarli adeguatamente, con i fatti. Nessuno mi aveva più cercato dopo il Palio corso per Canelli. La mia speranza di trovare un ingaggio cominciava a vacillare. Poi…»
Poi?
«Ho trovato persone meravigliose, con le quali l’intesa è stata immediata. Franca Sattanino, un grande Rettore, Luigi Ghione, mio amico da sempre e per il quale provo una stima immensa. Ma anche tutto il resto del Comitato si è dimostrato eccezionale. Insieme, ognuno facendo il proprio lavoro con oculatezza e capacità, abbiamo raggiunto il più prestigioso dei traguardi. Sono arrivato il martedì sera ad Asti e ripartito il lunedì successivo. Sei giorni, ma era come se fossi stato a casa mia. Con Michele (Michele Tremori, uomo di cavalli, tanto silenzioso quanto bravo e preparato, n.d.r) che mi accompagna sempre quando salgo ad Asti, abbiamo vissuto in una famiglia allargata, che ci ha accolto in maniera stupenda».

Che cosa ricordi del giorno della vittoria?
«Ero teso, ovviamente, ma nello stesso tempo nutrivo grande fiducia. Non ho mai avuto dubbi sulle potenzialità del cavallo di Mazzeo, anche se alcuni sostenevano che non era indicato per la pista di Asti e che sarei andato a “battere”. Era un rischio proporlo in piazza Alfieri ma io volevo fortemente quel purosangue. L’avevo aspettato con ansia, però passavano i giorni e non arrivava da me in scuderia, a Farneta. Poi, quando finalmente l’ho scaricato dal camion, ho pensato: “ora è qui e non scappa più”. L’ho preparato per bene, sistemando alcune cose che non andavano. Il giorno del Palio mi sono emozionato, soprattutto al mattino, durante la benedizione. Mi accorgevo che la gente si attendeva molto dal sottoscritto. I sanrocchesi avevano fame di vittoria e non potevo deluderli. Inoltre dovevo ripagare chi mi aveva dato fiducia, rischiando molto e consentendomi di tornare ad essere protagonista».
Allora perchè non sei rimasto in biancoverde ma hai preferito accettare l’offerta di Tanaro?
«Sai che ti rispondo? Non lo so. Non lo so davvero. Se non avessi vinto sarei rimasto a San Martino San Rocco. Ma ce l’ho fatta, ho raggiunto l’obiettivo. Il Comitato di Tanaro ha saputo toccare i tasti giusti e mi ha convinto a tentare l’ennesima difficile avventura. So che avrò tutti contro nel 2013, so bene che il mio obiettivo dovrà essere uno soltanto, ma non ho paura. Voglio conquistare il mio nono Palio, regalare ai biancazzurrri la stessa gioia che feci provare loro nel 1990, quando vinsi con Phantasm».

Che cosa rappresenta per te il Palio di Asti?
«Adesso dico una cosa che ad alcuni senesi non piacerà, ma della quale sono fortemente convinto. Il Palio di Asti, negli ultimi anni, è stato per certi versi più appassionante e combattuto di quello di Siena. La pista è difficile, la competizione è accanita, i partecipanti sono in pratica gli stessi. Chi taglia il traguardo per primo ad Asti è davvero il più bravo».
C’è qualcosa che vorresti dire dopo essere tornato ai vertici? Qualcuno che vorresti ringraziare?
«Si, vorrei salutare il popolo di San Martino San Rocco. Il mio non è un addio, ma solo un arrivederci. Ho un sogno, un desiderio che spero di poter esaudire: correre il mio ultimo Palio in biancoverde, anzi mi correggo, vincere il mio ultimo Palio in biancoverde. Spero me ne venga data l’opportunità. Ho un debito di riconoscenza verso San Martino San Rocco. Raggiunto l’obiettivo mi ritirerò. Giuro, e senza ripensamenti».

Massimo Elia

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