"Quando ci prendemmo a pugnismisi di essere infastidito"
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"Quando ci prendemmo a pugni
smisi di essere infastidito"

Il racconto di un ragazzo vittima di bullismo: dopo aver stretto amicizia con il compagno di banco, quest'ultimo diventò il suo tormentatore. Prima cominciò con le battute e poi passò alle minacce. Andare a scuola era diventato un'incubo, ma denunciare tutto agli insegnanti o al preside sarebbe stato considerato infamante. Tutto si risolse soltanto giungendo allo scontro fisico…

Quando la scuola diventa un vero e proprio incubo, da cui non si sa come uscire, l’unica soluzione può sembrare quella di mollare tutto. In realtà non è così. E’ successo a uno studente dell’istituto “Castigliano,” che insieme ad altri compagni, vittime come lui di episodi di bullismo, hanno dato l’assenso a raccontare e rendere pubbliche, in forma anonima, le proprie esperienze. Per uno di questi ragazzi, l’arrivo di M., un nuovo compagno proveniente da un altro istituto, sarebbe coinciso, di lì a poco, con l’inizio del proprio dramma. I due studenti si erano conosciuti al secondo anno delle superiori. M. si era seduto nel banco con il giovane, stringendo subito amicizia. Al punto che di pomeriggio i due studiavano insieme.

Dopo alcuni mesi però M. cambiò atteggiamento. “Prese ad offendermi pesantemente davanti ai compagni – racconta la vittima – dicendo che stava solo scherzando e togliendomi ogni possibilità di reagire. Io fingevo di stare al gioco, convinto che prima o poi avrebbe smesso. La situazione invece peggiorò. M., infatti, diventò sempre più assillante e dalla presa in giro passò agli insulti e infine alle minacce. Non solo. Mi ripeteva che se mi fossi lamentato con i professori, sarei stato giudicato da tutti un infame. La scuola per me stava diventando un inferno!”

Il ragazzo, che non capiva le ragioni di tanto accanimento, tentava di evitare M., arrivando a trasferirsi nel primo banco, vicino alla cattedra e cercava di non rimanere mai solo. Meditava di ribellarsi, ma temeva il peggio. Pensava anche di parlare con un insegnante o con i genitori, “ma se si fossero rivolti al preside si sarebbe sentito rovinato davanti a tutto l’istituto.” L’unica alternativa, secondo lui, era sopportare e tacere. Intanto, l’anno scolastico era finito. Alla ripresa delle lezioni però l’incubo ricominciò.

“Ero esasperato – ricorda  il ragazzo – così decisi di affrontare M., dicendogli che non avevo paura di lui e che lo avrei denunciato al preside. A questo punto, il suo comportamento si fece più aggressivo, cercando lo scontro fisico. Fino a quando un giorno, alla fermata del pullman, mi sentii afferrare per la giacca ed M. incominciò a colpirmi violentemente con calci e pugni, davanti ad altri ragazzi della mia e di altre scuole, che assistevano divertiti, incitando ora l’uno ora l’altro di noi due. Questa fu la cosa che mi ferì di più. Cercai di difendermi, pur non essendomi mai picchiato con nessuno. Poi un ragazzo di quinta della mia scuola, si buttò in mezzo a noi e ci divise. La contesa finì con un occhio nero per me e qualche graffio sul viso di M.. Da quel giorno – conclude il ragazzo – non ricevetti più minacce né offese e io continuai ad andare a scuola, abbandonando l’idea di cercarmi un lavoro, per uscire da quell’inferno.”

Manuela Zoccola

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