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Capriglio, dieci anni di Slow Food per il “cuore di peperone”

Importante anniversario per la varietà la cui coltivazione è tramandata da secoli

Rosso, carnoso, dolce

C’è una piccola ma notissima coltura di nicchia che in questi giorni, pur con un po’ di anticipo rispetto agli altri anni, è in piena produzione. Si tratta del peperone di Capriglio, varietà nata nel piccolo paese del nord astigiano noto anche per aver dato i natali alla madre di San Giovanni Bosco.
Un vero dono prezioso della terra, quel peperone di piccola taglia, prevalentemente di colore rosso, carnoso e dolce con una forma tonda che finisce leggermente a punta, dove si incontrano le tre falde. Che in dialetto del posto si chiamano “quare”, dando un ulteriore significato allo slogan “un cuore di peperone” scelto dall’associazione di produttori che lo promuove.

Il migliore per fare i “povrun mujà”

La sua notorietà affonda nei secoli passati, quando era stato decretato il migliore da mettere sotto raspa, per ottenere i “puvrun mujà”, fondamentali per accompagnare la bagna cauda.
La sua forma compatta, lo spessore delle sue falde, la dolcezza che contrasta l’acidità dell’aceto, la tardività della maturazione l’hanno destinato ad una selezione naturale per questa particolare tecnica di conservazione.
Ma il peperone di Capriglio si presta a tutte le preparazioni tipiche piemontesi: dall’antipasto alla peperonata passando per i peperoni arrostiti e la marmellata agrodolce ottima per accompagnare formaggi e carni rosse.

L’annuncio dato da Carlin Petrini

Nel 2010, dopo un lungo e meticoloso lavoro di recupero della varietà originaria, è stato inserito nella prestigiosa lista dei Presidi Slow Food con l’annuncio dato direttamente da Carlin Petrini a Capriglio, paese di cui è cittadino onorario proprio in segno di riconoscenza per il lavoro svolto a favore del peperone.

Oggi come 150 anni fa

La coltivazione del peperone di Capriglio si fa ancora oggi come 150 anni fa, a chilometri zero.
Ogni anno, in maturazione, si selezionano i peperoni migliori per forma e qualità e si tengono da parte i semi che vengono fatti essiccare e riposare in luogo buio e secco fino alla primavera. Quando la “luna” comanda, a marzo, ogni produttore realizzata il suo semenzaio con i semi tenuti da parte l’anno prima. Le piantine che ne nascono vengono poi trapiantate nei vasetti dove proseguono la loro crescita fino a quando non sono pronte per essere messe in campo (singolarmente o a coppie secondo la tradizione dei contadini più anziani). E ricomincia il ciclo.

Una coltivazione “affettiva”

Il termine “coltura di nicchia” non riesce a rendere il senso di una coltivazione che assume più i contorni di un affetto e di un legame alla storia del territorio, più che di business economico, anche se la consapevolezza di consumare cibi sani, locali e stagionali comincia a dare anche piccole soddisfazioni di mercato.

I soci

In paese l’Associazione produttori Peperone di Capriglio conta meno di dieci iscritti: la presidente Raffaella Firpo, Paolo Pompilio, Luca Roffinella, Francesco Peira, Ugo Occhiena, Dino Barrera, Daniela Peira, Antonello Scaglia.
Di questi, solo quattro sono aziende agricole. Gli altri sono orticoltori per passione.

Coltivato con metodi biologici

Tutti sono tenuti a seguire un severo disciplinare imposto da Slow Food che impone, fra le regole più importanti, una coltivazione seguendo metodi biologici.
Ed è per questo motivo che, in estate, non è raro percorrere le valli di Capriglio (l’areale di coltivazione consentito) e trovare gente piegata fra le file di piantini di peperone a togliere l’erba a mano o, al massimo con qualche utensile agricolo.

Cambiamenti climatici e testardaggine dei coltivatori

Pur essendo una varietà molto rustica, il peperone di Capriglio si è trovato negli ultimi anni a fare i conti con i cambiamenti climatici (patisce più le piogge abbondanti che la siccità) e con gli attacchi delle cimici che ne rovinano l’integrità estetica con le loro “punture”.
Ma le “armi” messe a disposizione dall’agricoltura biologica, la determinazione e la collaborazione dei produttori consente ogni anno di tramandare la tradizione del prodotto legato al nome del paese.
Con l’orgoglio di chi sa di avere per le mani, ogni volta che va a raccogliere un bel peperone rosso, un pezzo di storia delle famiglie contadine.

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