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Attualità
Ripercussioni

Coldiretti Asti e la peste suina: le ultime proposte regionali sono un primo passo verso la risoluzione  

Occorrono interventi urgenti prima che la situazione diventi irreversibile per comparto e territorio  

E’ ormai trascorso un mese dal ritrovamento, nell’ovadese, della prima carcassa di cinghiale affetto da Peste Suina Africana e, malgrado l’attivazione di fitti e capillari piani di controllo, la situazione continua a destare apprensione anche nei territori confinanti le zone rosse. E’ il caso delle buffer zone (zone cuscinetto) astigiane presso le quali, pur in assenza di casi, si subisce tutta la tensione del fenomeno per l’altissima morbilità (tasso di contagio al 90%) e mortalità (al 100%) dei capi. Un’epidemia virale non trasmissibile agli esseri umani, ma che può generare ingenti danni sanitari agli allevamenti e pesanti ripercussioni sulle economie locali.

Su quest’ultimo aspetto Coldiretti Asti interviene a difesa di allevatori, agro-macellerie e filiera, prima che la situazione, da grave, diventi irreversibile, per il comparto e per il territorio.

“Su un milione e 300mila capi suini allevati in Piemonte, circa 17-18mila insistono in provincia di Asti e, in gran parte, rientrano negli allevamenti confinati, presso i quali sono applicate le procedure di bio-sicurezza codificate, che eliminano i contatti con l’esterno – spiega il vice direttore Coldiretti Asti Luigi Franco. –  Dopo il rilevamento del primo caso nell’alessandrino sono stati impostati controlli serrati e rafforzati con visite veterinarie sui capi da macellare ante e post mortem. Pertanto, tutti le carni macellate, così come quelle trasformate (insaccati), sono garantite al 100%”.

A preoccupare, dunque, più del fenomeno stesso, sono le ripercussioni che misure, talvolta arbitrarie, e comunicazioni allarmiste, fortemente influenzanti la collettività, possano generare sul comparto. “Il rischio – sottolinea Franco, – è più economico che sanitario”. Tra timori e rassicurazioni, il consumatore predilige le agro-macellerie e/o i rivenditori di fiducia dov’è certo di trovare carni locali, ma non va dimenticato che il 70-80% del prodotto astigiano confluisce nel circuito Parma. “Se si dovesse arrivare allo stop dell’esportazione – precisa Franco, – i danni sarebbero ingenti e insostenibili, con ricadute anche sulla filiera”.

Che la Peste Suina Africana non sia da sottovalutare è assodato e che solo le ferree misure di controllo e di abbattimento straordinario dei suidi possano far rientrare l’allarme lo è altrettanto. Lo afferma anche il Presidente dell’Ordine dei Veterinari di Asti Massimo Pasciuta.  “Parliamo di un virus per il quale non ci sono cure e vaccini e che manifesta grande resistenza sia nell’ambiente sia nelle carni congelate. Tra i potenziali vettori, oltre ai cinghiali che, in quanto selvatici, sono di difficile controllo, potrebbero esserci anche cacciatori, auto ed escursionisti, le cui calzature e i cui pneumatici potrebbero essere veicoli di trasmissione. Occorre prestare molta attenzione, non lasciare avanzi di cibo in giro per evitare di attrarre cinghiali infetti e segnalare tempestivamente eventuali carcasse rinvenute sul territorio alle autorità preposte (Asl, carabinieri forestali e Comuni)”.

Anche in previsione di una curvatura calante l’attenzione deve restare alta. “Se nelle prossime settimane non verranno segnalate nuove positività, – conclude Pasciuta, – si potrà pensare che, nel giro di 3-4 mesi, l’emergenza sarà superata”.

Nel frattempo, a fronte della misura tranchant che prevede il totale abbattimento di suini negli allevamenti (nda: inizialmente ritenuta paradossale per l’assenza di un contestuale intervento straordinario di abbattimento dei suidi), le recenti proposte della Regione, in termini di sostegni (primi 2 milioni di euro per il settore) e di nuovi piani di abbattimento dei cinghiali (circa 50 mila capi), rappresentano un primo passo verso la risoluzione.

Tuttavia, da non scordare che, oltre ad allevamenti e filiera, la proliferazione incontrollata dei cinghiali arreca pesanti ripercussioni anche sugli agricoltori. Lo scorso anno sono state ben 763 le domande per danni causati alle aziende agricole, in primis, dai cinghiali (il 70% in più rispetto al 2020), che Coldiretti Asti ha inoltrato all’Atc AT1 e AT2. A questi danni/numeri, vanno aggiunti quelli dei concessionari delle riserve private. Complessivamente, si stima che i danni interessino una superficie agricola, nel solo astigiano, di oltre 2500 ettari. Ad essere maggiormente colpite sono le coltivazioni di mais, i prati, gli orti, i noccioleti, i vigneti e, a breve, ricomincerà la nuova conta che si prospetta anche più grave.

“Le nostre imprese stanno già subendo ingenti danni economici – sottolineano il Presidente Coldiretti Asti Marco Reggio e il Direttore Diego Furia; – è dunque urgente mettere in atto azioni di contenimento che riducano efficacemente la popolazione dei cinghiali minimizzando, però, quelle attività che prevedono lo spostamento degli animali”

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