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Coronavirus: tra Asti e Cina si conteggiano i primi danni economici

Il coronavirus avanza, l’economia si ritrae.  Si potrebbe definire così, in modo molto semplificato, quello che sta succedendo adesso a livello globale nell’ambito del commercio

Primi danni economici del coronavirus

Il coronavirus avanza, l’economia si ritrae.  Si potrebbe definire così, in modo molto semplificato, quello che sta succedendo adesso a livello globale nell’ambito del commercio.  E in un momento storico in cui alberghi, turismo, tessili, elettronica, lusso, import ed export stanno subendo contraccolpi non indifferenti anche Asti, nel suo piccolo, ha qualche storia da raccontare.

I danni dipenderanno da quando riapriranno le fabbriche

“Sicuramente, per quanto ci riguarda, ripercussioni a livello lavorativo ci saranno – dice Paola Malfatto, direttore creativo dell’EQSG azienda ultra trentennale fondata dal padre Arnaldo e che lei gestisce con il fratello Fabio – e molto dipenderà da quando riapriranno le fabbriche, solo allora infatti ne sapremo un po’ di più.Il rischio è che tanti lavoratori non rientrino alle loro mansioni e questo diminuirà drasticamente la capacità produttiva cinese.”

Padiglione cinese deserto

L’azienda astigiana EQSG collabora con il paese asiatico dal 1984 e la sua attività consiste nell’ideare, progettare e produrre articoli promozionali per il settore editoriale, petrolifero, la grande distribuzione e industrie alimentari.
“I nostri rapporti con la Cina sono sempre stati ottimi – continua Paola Malfatto – tanto da stringere, con alcuni fornitori, anche rapporti di amicizia che continuano da anni e questa situazione, dilatata anche dall’ignoranza, ci dispiace come ci ha rattristato vedere in questi giorni, alla fiera del giocattolo di Norimberga, il padiglione cinese normalmente preso d’assalto completamente deserto.”

Ho già perso 15 mila euro

Se le ripercussioni sono ancora poche, probabilmente, aumenteranno un po’ più in là.
Chi, per ora ne risente di più è Roberto Steffenino, ingegnere chimico, da anni consulente per aziende cinesi, rientrato in Italia poche settimane fa.
“Avrei dovuto ripartire per la Cina verso fine febbraio – racconta – e rimanerci fino ad aprile, se va bene invece ci potrò andare a maggio o a giugno e con il mio contratto, che prevede uno stipendio in base ai giorni di lavoro, ho già perso circa 15.000 euro”.  Roberto Steffenino è consulente per la produzione di aziende che operano nel settore del tessile e a fine mese avrebbe dovuto volare a Hangzhou, una città tra le più all’avanguardia al mondo della provincia di Zhejiang a 140 chilometri da Shanghai, dove è stato richiesto per seguire l’apertura di una nuova fabbrica. “Per ora non ci andrò – ribadisce Roberto mentre sul suo cellulare arrivano messaggi e foto di amici dalla Cina che raccontano di città deserte e di gente chiusa in casa – e non so quando tutto tornerà alla normalità”.

Una lunga catena che si sta inceppando

Una lunga catena che si sta inceppando, un virus che, anche dove non è arrivato, sta creando preoccupazione e rallentamenti come denuncia Davide Carbone titolare della Decar 2, altra nota azienda astigiana di peluche e giocattoli, fondata quarant’anni fa da Luigi Carbone. “Mio padre negli anni ’80 – racconta Davide – ebbe l’intuizione di cercare produttori in Cina e negli anni ‘90 diventammo i maggiori concorrenti del marchio “Trudy” con importanti volumi d’affari con la grande distribuzione, autogrill ecc.”. Il 95% dei prodotti Decar 2 arriva infatti dalla Cina “purtroppo oggi – continua l’imprenditore – noi iniziamo già a sentire gli effetti negativi del virus, un incontro di lavoro con i titolari di un’azienda cinese ad esempio, previsto il prossimo 10 febbraio per concordare la produzione di giocattoli per il Natale 2020 è già saltato a data da definirsi inoltre sto aspettando dei campioni da far vedere alla grande distribuzione ma chissà quando arriveranno.”

Già prima sentori di rallentamento

Un’emergenza sanitaria che, mai come ora, sta creando un disagio economico mondiale e un’incertezza che coinvolge tutte le categorie e a cui solo la decisione del governo cinese potrà mettere fine. “Già alla Fiera del giocattolo di Hong Kong, – aggiunge Davide Carbone – una delle più importanti del settore che si è svolta dal 6 al 10 gennaio scorso e a cui ho partecipato, si era riscontrato un calo nell’affluenza di circa il 30%”. Preludio, forse, dell’attuale rallentamento o chissà, magari opportunità per cose diverse, per idee nuove.

Monica Jarre

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