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Da Grazzano va in missione per soccorrere i migranti

Solo il lockdown ha rallentato l'impegno di Sofia Pressiani in favore dei profughi

Quella di Sofia è stata una scelta, anzi un desiderio

Tanti anni di missione per soccorrere i migranti nelle zone più difficili del Medio Oriente, dell’Europa dell’est e dei Balcani. Lontano da casa, dalla famiglia, catapultata in un mondo che noi, forse, possiamo solo immaginare dai telegiornali. Quella di Sofia Pressiani, 48 anni di Grazzano Badoglio, è stata una scelta, anzi un desiderio. Aiutare gli ultimi degli ultimi è la sua missione dal 2012, anno in cui ha messo in spalla il suo zaino ed è partita per la Turchia destinazione Kilis a soli 50 km da Aleppo. Da allora è sempre stata in prima linea per aiutare i profughi; uomini, donne e bambini, giovani e meno giovani, che avevano perso tutto a causa della guerra siriana, e che cercavano solamente una mano che potesse accogliere la loro. E Sofia quella mano non l’ha mai fatta mancare per 8 anni. Ora con l’emergenza sanitaria in corso, con il lockdown da zona rossa, è bloccata in casa e non può muoversi. «Sto proprio male – ci confida Sofia – sono anni che d’estate e nel periodo natalizio vado sempre in missione. La mia è una necessità. Sapere che c’è gente che soffre e non potere dare il mio contributo è difficile da accettare. Mi ricordo il primo Natale del 2013 quando dissi a mio marito e ai miei figli che non volevo nessun regalo ma solo partire per andare ad aiutare. Ho raccolto le mie cose, un po’ di soldi tra conoscenti e amici, e sono partita. Da allora non mi sono più fermata. Questo Natale a casa sarà diverso».

Mamma e in prima linea nel sociale

Sofia Pressiani è mamma di tre ragazzi (Brigitta, Rebecca e Tommaso che l’appoggiano in tutto) e si occupa di sicurezza sul lavoro presso un’azienda torinese. Una donna impegnata e attiva che è sempre riuscita a trovare il tempo per fare tutto e non mancare in nulla. «Erano i primissimi tempi della guerra siriana. Ho iniziato a raccogliere abbigliamento invernale per bambini perché ero venuta a conoscenza di un gruppo di Modena che operava sul confine turco-siriano. Ho iniziato così, poi sono partita. Sono andata 11 volte, almeno una missione al mese. In quel campo si erano insediate le famiglie più povere perché pensavano di poter tornare presto nelle loro case appena finito il conflitto. Aiutavamo 100 bambini. Una situazione difficile. Venivano in fila, chi con un sacchetto o un barattolo, a prendere la loro porzione di cibo. Ciò che ho visto è stato devastante: abitavano in ovili abbandonati, sottoscala, tende di fortuna a 40 gradi al sole». La città di Kilis, originariamente di 80 mila abitanti, è cresciuta fino ad accogliere 250 mila perone. Sofia ha, poi, dovuto abbandonare quella zona di confine quando è arrivato l’Isis: «Passavano i miliziani. Ho smesso di andarci quando sono incominciati i rapimenti e gli omicidi degli occidentali. Non potevo lasciare la mia famiglia a casa nel terrore. Avevo paura e veniva a mancare quello che è il mio scopo: l’empatia e la voglia di mettermi al servizio per l’altro. La mia paura era più grande e quindi ho deciso a malincuore di smettere».

L’odissea della rotta balcanica e nell’Egeo

Nell’autunno del 2015 è iniziata l’odissea della rotta balcanica e delle Isole dell’Egeo, e Sofia si è fatta immediatamente trovare pronta. Le pareva il naturale proseguimento dell’opera iniziata al confine con la Siria. Ha iniziato a lavorare per l’organizzazione ‘Cesrt Offene Arme’. «Di mia iniziativa, vedendo gli sbarchi, sono andata a Chios, un’isola ad appena 7 km dalla costa turca. I profughi arrivavano in gommone – continua nel suo racconto, Sofia – sono entrata in un capannone di una vecchia fabbrica di tabacco. Ho aperto le porte e sono rimasta lì dentro per 3 giorni e 3 notti consecutivamente. 1200 persone ammassate, dove arrivavano completamente bagnate. Lavoravo in un bugigattolo che era una sorta di magazzino che conteneva i vestiti asciutti da dare ai profughi». Da quel momento Sofia ha incominciato a occuparsi di sbarchi e, a oggi, ne ha seguiti più di 2000: «Pattugliavamo tutta la notte le coste dell’isola. Aiutavo le mamme a cambiare subito i bambini bagnati. La sensazione di quei piedini e di quelle manine fredde non mi si è staccata di dosso per anni. Anzi, non la potrò mai dimenticare». I profughi vengono ammassati dai trafficanti nei boschi sulle coste turche, aspettando il tempo migliore per attraversare: «In piena emergenza sono arrivata a seguire 25 sbarchi in una notte, circa 1500 persone. La mia sensibilità personale mi spinge a occuparmi in via prioritaria delle donne. Mi piace stare con le comunità femminili, quei clan del mondo mediorientale fatti da sorelle, zie, cugine e amiche. Mi piace stare con loro. Parlo solo una ventina di parole in arabo ma mi faccio capire». Nicaragua in una bidonville, Romania al confine con l’ucraina, Libano nei campi palestinesi, sono solo alcune delle zone dove ha operato Sofia che è, infine, arrivata in Bosnia: «È la continuità del flusso mediorientale. Arrivano dalla Grecia perché la Bosnia è a soli 120 km dall’Italia. I profughi attraversano i boschi per andare a Trieste, dove arrivano con i piedi distrutti dopo giorni di camminata tra intemperie, rovi e pericolosi animali selvatici. Lo chiamano ‘The Game’: il gioco di provare ad attraversare le foreste bosniache. C’è chi viene preso, massacrato di botte, viene spaccato loro il cellulare, se lo hanno, e rubati eventuali soldi. Alcuni provano la traversata anche una dozzina di volte». L’emergenza sanitaria non ha lasciato scampo a nessuno e ha peggiorato anche le condizioni di vita nei campi profughi, come ci testimonia Sofia: «Da febbraio, circa 6000 persone sono bloccate a Chios in un lockdown totale. Vivono in container, tende e capanne improvvisate. Per avere i documenti devono fare dei colloqui: c’è gente che si è visto fissare l’appuntamento per il 2023. Padri di famiglia costretti a elemosinare il mangiare, non c’è da stupirsi che, a volte, scoppi la tensione».

Tanti volontari con lo stesso fine: aiutare il prossimo

Da un punto di vista personale, Sofia ci racconta che ha avuto delle grandi soddisfazioni: «Ho conosciuto altri volontari, come me, di ogni età, da tutto il mondo, di ogni cultura e religione. Ho appreso tanti e diversi punti di vista ma tutti con lo stesso fine di aiutare il prossimo. Ho visto situazioni terribili da quando faccio questo servizio e ho imparato a non lamentarmi di nulla. Ma il valore aggiunto per me è stato Moulham, un mio nuovo figlio. È arrivato dalla Siria minorenne e ha aspettato 18 mesi i documenti per ricongiungersi con la sua famiglia in Germania. In questo lavoro non puoi e non devi affezionarti a tutti ma con lui è stato diverso, ora abbiamo un rapporto speciale». Il grande cuore di Sofia non si ferma qui: nei periodi in cui è Italia, cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica dei profughi che spesso è fonte di divisione solo perché non la si conosce. Raccoglie fondi e documenta scrupolosamente tutto il suo lavoro perché, come dice lei, «è giusto che chi dona i suoi soldi sappia come vengano spesi». Infine, un’ultima considerazione: «Fare il volontario per i migranti in Italia è difficile. All’estero è molto più facile. Io non faccio politica ma ovviamente non condivido un sistema che ritengo sbagliato. Voglio restare a un livello più basso. Mi metto a disposizione per quello che riesco a fare e nel modo in cui sono capace. Siamo nati dalla parte fortunata del mondo e, per me, è un obbligo morale fare qualcosa per gli altri».

Diego Musumeci