Dopo 71 anni spunta la cronacadella morte di Giovanni, 12 anni
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Dopo 71 anni spunta la cronaca
della morte di Giovanni, 12 anni

E' un bellissimo ed inaspettato regalo alla memoria e alla storia di una famiglia segnata da una morte che, nonostante siano passati oltre sessant'anni, non ha perso la sua tragicità. A

E' un bellissimo ed inaspettato regalo alla memoria e alla storia di una famiglia segnata da una morte che, nonostante siano passati oltre sessant'anni, non ha perso la sua tragicità. A farlo, questo regalo, è stata Mariuccia Musso, classe 1927, originaria di Castelnuovo Don Bosco, figlia di quel Domenico Musso che fu sindaco del paese dal 1964 al 1966. La donna, mancata tre anni fa, negli ultimi dieci anni della sua vita, costretta all'inattività per motivi di salute, ha scritto a mano un lunghissimo memoriale in cui ha raccolto i tanti fatti che hanno segnato la sua famiglia e la comunità nella quale ha vissuto, prima quella natia di Castelnuovo Don Bosco e poi quella di adozione di Casalborgone dove Mariuccia si è trasferita dopo il matrimonio.

Il memoriale, intitolato significativamente "Per i posteri della mia famiglia", è stato letto dalla figlia, Anna Chiapino, che ha trovato, fra i tanti ricordi scritti, anche la speciale "cronaca" del terribile rastrellamento di tedeschi che, il 20 agosto del 1944, portò alla morte di Giovanni Musso, allora dodicenne, fratello di Mariuccia. Di seguito riportiamo fedelmente la trascrizione delle pagine vergate da Mariuccia Musso, in questa ricostruzione che mette insieme i fatti storici con i sentimenti e il dolore vissuto dalla famiglia di Giovanni.

Daniela Peira

Per lavorare, i miei poterono usufruire di un locale rimasto vuoto nella fabbrica di prima e io li aiutavo saltuariamente e anche Giovanni quando finì le elementari si dedicò a quel lavoro sperando in tempi migliori che purtroppo non giunsero mai. Certo non avremmo mai e poi mai pensato a una tragedia del genere che stroncò la vita ad un bambino innocente di 12 anni e gettò nella disperazione tutta la nostra famiglia. Era domenica 20 agosto del ?44. Campassi mille anni non dimenticherò mai quel giorno. Io e mia mamma eravamo da zia Maria; a volte nei giorni festivi e caldi di quell'estate le davamo una mano se aveva bisogno; papà era andato alla bocciofila che era un ritrovo sotto gli alberi del viale "la leia" in fondo al paese e Giovanni, come ogni domenica, era andato all'oratorio che a quel tempo era molto frequentato dai bambini. Tornato a casa si prese la merenda e il tamburello, passò a dirci che sarebbe andato con i suoi amici anche lui nel viale. Era un luogo fresco e specie d'estate ne approfittavano tutti per trovare un po' di refrigerio. La situazione in Italia era caotica dappertutto ma a Castelnuovo, salvo qualche sporadica comparsa di tedeschi senza gravi conseguenze, si "viveva" ancora, anche se eravamo sempre tutti sul "chi va là". Ma quel giorno si capì subito che la cosa era diversa, arrivarono in tanti, tedeschi e repubblichini, armati fino ai denti con camionette e mitraglie.

Scesero in piazza gridando "dove erano nascosti i partigiani", invasero in un baleno i bar aperti; quando vennero da mia zia in un attimo svuotarono le poche bottiglie di liquori esposte, sembravano impazziti, ormai ubriachi, pensammo subito a Giovanni, sperando che avesse trovato papà e fossero tornati a casa insieme. Invece cominciammo a sentire gli spari e grida terrorizzte, in piazza avevano inquadrato tutti gli uomini che si trovavano per il paese, tra i quali anche mio padre minacciando di ucciderli se non fossero saltati fuori i partigiani. Intanto nel viale dove erano più numerose le persone, giungevano le grida di aiuto completamente ignorate da quelle belve. Poco lontano, appena oltre il rio che Giovanni e Franco Villata suo amico e vicino di casa avevano attraversato nell'intento di arrivare a casa per quella scorciatoia, si compiva il destino del mio povero fratello: gli spararono senza pietà sfracellandogli una gamba e invece di aiutarlo, ingiunsero al suo amico che era un bimbo come lui, di trascinarlo a casa e se ne andarono con tutti gli altri dopo aver razziato nelle case quello che potevano.

Appena fu libero, papà cercò Giovanni dappertutto ma subito capì che doveva essere successo qualcosa di terribile; quando sentì che era rimasto ferito un bambino ebbe come un presentimento e si precipitò da quella parte dove una donna che abitava una cascina lì vicino, avendo sentito le grida di aiuto, era corsa a vedere. Poi portò una carriola con un telo e già vi avevano adagiato sopra Giovanni quando arrivò mio padre; mio fratello non aveva perso i sensi e cercava ancora di scusarsi ed era preoccupato per come dirlo a mamma. Capiva benissimo quale strazio le avrebbe procurato e come sempre non pensava a sé stesso, eppure doveva avere un male atroce, era tutto coperto di sangue essendo stato più di un'ora senza soccorsi rischiando di morire dissanguato. Per non aspettare oltre a portarlo in ospedale, lo caricarono sul camion a gasogeno che serviva per il trasporto dei (non comprensibile) e fu ricoverato a Chieri. Mamma e papà non lo lasciarono un attimo e lascio immaginare in quale stato erano; io rimasi a casa e cominciò così la notte più lunga della mia vita. Con me restò la fedele Rita che in tutti i modi cercava di tranquilizzarmi. Visto che non era più possibile recuperare la gamba tutta spappolata, i medici decisero di amputargliela sopra il ginocchio ma poiché era ormai dissanguato non fece più effetto l'anestetico e dal dolore strinse così forte i pugni da piantarsi le unghie nel palmo delle mani.

Non perse mai conoscenza e anche i medici si stupivano di tanta forza. Così pure il sacerdote che lo confessò al quale avrebbe detto che perdonava quelli che gli avevano sparato, lo ritenne un angelo. In quelle poche ore che ancora rimase in vita e vedeva mamma con gli occhi rossi, le toccava il viso e le diceva «ho visto sai, che sei andata a piangere nel corridoio. Non piangere mamma». I dottori, vedendo la gravità della situazione, consigliarono di portarlo a casa e fu lui stesso a preferire che lo si portasse da zia Maria che era sua madrina. Preparammo in fretta la cameretta di Rita che avrebbe dovuto ospitarlo e quando arrivò verso mezzogiorno io gli corsi incontro col bicchiere di acqua che mi avevano chiesto per bagnargli le labbra ma in quell'istante lui spirò tra le braccia di mamma!

Non auguro a nessuno di vivere lo strazio di quei momenti, non esistono al mondo parole che possano descrivere un dolore così, in poche ore avevano ridotto un ragazzino che era la bontà in persona, non c'è aggettivo abbastanza qualificante e questo non lo dico solo io, era l'orgoglio della nostra famiglia, un martire innocente stroncato dalla cattiveria degli uomini. Ci furono vicini parenti e amici anche se in quel momento nulla poteva alleviare la nostra sofferenza. Il paese intero prese parte al nostro dolore e vennero in molti a raccontarci episodi che testimoniavano il buon cuore del nostro caro, come quella signora che era presente quando un gruppetto di bambini per gioco torturava un uccellino e lui li convinse a lasciarlo libero o quando vedeva deridere un suo compagno disabile con tanti problemi e lui lo proteggeva. Quanto l'ha pianto una donna di Morialdo dove lui andava a prendere il latte in bicicletta e lei che non si poteva muovere ne approfittava per farsi fare le commissioni, oppure la signora di Lovencito che le offriva qualche pesca o un grappolo d'uva e lui non voleva accettarla per paura siccome per tornare a casa doveva passare in una stradina in mezzo alle vigne, che lo accusassero di averla rubata. Era fatto così e noi purtroppo abbiamo dovuto rassegnarci a vivere tristemente senza la sua presenza preziosa.

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