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Attualità

Giornata della Memoria: dietro l’Olocausto una fredda macchina burocratica

La ricercatrice storica dell’Israt di Asti Nicoletta Fasano ci guida in una lettura della Shoah vista come grande vergogna studiata a tavolino

C’è un pensiero che rende, se possibile, ancora più orribile il genocidio degli ebrei: quello della premeditazione e dell’organizzazione sistematica e burocratica di quella che fu la più grande vergogna umana del secolo scorso.
Uno sterminio costruito a tavolino, nel corso degli anni e gestito, nella sua fase più cruenta, con la precisione della pura contabilità che si era dimenticata di avere a che fare con persone e non numeri.
E’ una lettura dell’Olocausto nella quale ci guida la dottoressa Nicoletta Fasano, ricercatrice Israt e fra le massime esperte astigiane di Shoah.
«I nazifascisti lavorarono meticolosamente alla costruzione di un nemico interno: gli ebrei. E lo fecero con tutte le armi di comunicazione a loro disposizione a quel tempo: dai discorsi sulla demografia alla salute della razza. Si cominciò con le leggi sulle popolazioni delle colonie africane e si passò alle leggi razziali del novembre del 1938 che presero di mira la popolazione ebrea che viveva in Italia. Una piccola minoranza, perché stiamo parlando di una comunità di circa 47 mila persone, circa la metà della popolazione di Asti sparsa su tutta la nazione».

Nicoletta Fasano

La propaganda era lo strumento che il governo fascista usò al meglio per creare e demonizzare il suo nemico: articoli di giornale, manifesti, lezioni scolastiche, discorsi alle masse.
Una costruzione del nuovo nemico di cui si sa tutto.

«Il genocidio è stato fortemente sostenuto da una macchina burocratica efficientissima – prosegue Nicoletta Fasano – Ogni ebreo d’Italia è stato schedato e seguito sul territorio fino agli arresti. C’è una enorme mole di documentazione ufficiale che testimonia il lavoro di tracciamento degli ebrei fatto dalla pubblica amministrazione e per ognuno di essi abbiamo copia di giorno, ora e firma dell’ordine di arresto che lo avrebbe destinato ai campi di sterminio».
Seguiti in ogni istante
Una burocrazia che, in ogni momento, sapeva esattamente dove si trovavano tutti gli ebrei d’Italia per poterli arrestare nel giro di pochi minuti, anche se erano ricoverati in ospedale, in una casa di riposo o temporaneamente ospiti di amici o famigliari.
Per questo pochissimi scamparono alla persecuzione.
Un grande errore di valutazione degli ebrei che non hanno fatto nulla per sottrarsi a queste schedature?
Errore di valutazione
o ingenuità?
«Io lo chiamerei piuttosto un enorme tradimento nei loro confronti. Tutti quelli che vennero arrestati e inviati ai campi di sterminio si sentivano italiani prima che ebrei. Amavano la loro patria, obbedivano alle leggi e se queste imponevano la comunicazione di ogni loro spostamento, loro non mettevano in dubbio l’ottemperanza alle norme. Nessuno di loro, se non qualche “visionario” poteva immaginare che il loro Stato avrebbe permesso l’orrore che invece la storia ci ha restituito. Nessuno immaginava che tutta quella fredda ed impersonale burocrazia fatta di certificati e notifiche avrebbe portato alla loro distruzione».
Con un invito a non cadere in un errore comune.

«Spesso, ancora oggi, nell’immaginario collettivo vediamo gli ebrei come appartenenti ad una comunità a sé che vive sul suolo italiano. Ma non è così – avverte la dottoressa Fasano – Erano, allora come oggi, perfettamente integrati con gli italiani, in una nazione dove ebrei e cattolici vivevano l’uno accanto all’altro senza alcun problema di conflitto. Ribadisco che si sentivano italiani come tutti gli altri, non hanno mai fatto della loro religione un segno di distinzione e di distacco». Da qui quella sorta di “ingenuità” e di obbedienza allo Stato che avrebbero pagato con la vita.

Una pagina tremenda da consegnare alla storia?
«Per nulla, perché la macchina di costruzione dell’odio è sempre in moto – risponde Nicoletta Fasano – Solo che al posto degli ebrei ci sono i profughi, gli stranieri, i richiedenti asilo. Sono loro il nuovo nemico costruito dalla propaganda che oggi può contare su uno strumento straordinario come i social media. Cambiano gli strumenti, ma la dinamica si ripete, uguale».
E la pandemia Covid non ha certo aiutato. Infatti, secondo un recente studio su quanto comparso sul web nell’ultimo anno, emerge che dal marzo 2020, inizio del lockdown, sono aumentati del 70% i casi di cyberbullismo e del 200% la nascita di siti creatori di odio e razzismo.

Dunque non abbiamo imparato nulla?
«La società, per fortuna, ha al suo interno anche gli anticorpi sani al dilagare di nuove forme di razzismo, ma non bisogna mai sottovalutare linguaggi, atteggiamenti e gesti violenti. Bisogna conoscere la piramide dell’odio e interrompere il “cantiere” di chi vi lavora. E tutti siamo chiamati a farlo ricordando quell’unica parola che Liliana Segre chiese fosse apposta alla stazione di Milano, allo spazio Binario 21 che era quello dal quale partirono gli ebrei milanesi verso Auschwitz: indifferenza. Non dobbiamo mai voltarci dall’altra parte».

Daniela Peira

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