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Il Prefetto Terribile agli studenti: “Oggi è stata ripercorsa una dolorosa tappa della storia nazionale”

Stamattina in Prefettura la commemorazione legata al Giorno del Ricordo per non dimenticare le vittime delle foibe

Giorno del Ricordo

Si è tenuta stamattina (giovedì), nel salone consiliare del Palazzo della Provincia, la commemorazione in occasione del Giorno del Ricordo. Parliamo della ricorrenza dedicata alla memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo dall’Istria e dalla Venezia Giulia.
Ad organizzare l’iniziativa la Prefettura, in collaborazione con il Comune di Asti, l’Ufficio scolastico territoriale e l’Israt (Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea). A prendervi parte numerose autorità civili e militari, nonché alcune classi dell’istituto Sella e del liceo artistico Alfieri.

Alcuni studenti e docenti presenti alla commemorazione in Prefettura

Le parole del Prefetto

Proprio ai ragazzi si è rivolto il Prefetto Alfonso Terribile, che ha sottolineato l’importanza della partecipazione dei giovani alle manifestazioni commemorative, quale momento per approfondire e riflettere sui tragici fatti che hanno riguardato il recente passato della nazione. «Oggi abbiamo voluto creare un’occasione per ripercorrere una dolorosa tappa della nostra storia nazionale – ha dichiarato – affinché queste pagine, spesso trascurate dai libri di storia, servano da monito contro ogni forma di intolleranza, violenza e sopraffazione».
Il Prefetto ha inoltre ricordato Luigi Biora, soldato originario di Moncucco Torinese, al quale è stata conferita, nel 2012, la Medaglia commemorativa in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria. Tra i presenti in sala anche Ernesta Mosso, cugina del decorato, del quale non si ebbero più notizie dal maggio del 1945, quando fu catturato dai partigiani titini.

Gli interventi dei relatori

I relatori presenti all’incontro

La commemorazione è poi proseguita con la proiezione di un filmato e con gli interventi, moderati dal giornalista Sergio Miravalle, di Renato Romagnoli, già docente delle scuole superiori e giornalista de “La nuova provincia”, e di Mario Renosio, direttore dell’Israt.
«La tragedia delle foibe – ha detto Romagnoli – è il culmine di un periodo attraversato da enormi lutti e stragi, compiute da Tedeschi, ustascia croati, Italiani, partigiani comunisti. Il risultato fu che nel 1942 la Jugoslavia divenne un lago di sangue. Con lo sfascio dell’esercito italiano dell’8 settembre 1943 le cose precipitarono ed i partigiani di Tito arrivarono a Pola e Fiume: in tre settimane vennero gettate nelle foibe tra le 500 e le 700 persone. Il clima di odio che si scatenò verso gli Italiani dell’Istria ebbe come spiegazione gli atti compiuti dal fascismo, ma fu anche alimentato dal desiderio nazionalista sloveno e serbo di ripulire il territorio da tutti quelli che non fossero slavi e comunisti».
Ad essere eliminati per primi furono proprio i partigiani non comunisti e i membri del CLN, che in qualche modo avrebbero potuto opporsi alle mire di Tito, il quale puntava ad estendere il territorio jugoslavo sino all’Isonzo, se non oltre.
«Fu una guerra totale – ha spiegato Mario Renosio – e sono sbagliati sia il giustificazionismo di una parte, sia la sottolineatura delle sole vittime dell’altra. Serve un approccio che metta da parte i pregiudizi e consenta invece di affrontare quel che i documenti raccontano. Il dramma delle foibe si inserisce in una situazione complessa che ebbe pesantissime conseguenze per le popolazioni: la prima fase è del 1943, mentre la seconda è legata all’ingresso dei partigiani titini a Trieste. E’difficile quantificare gli arresti, ma gli infoibati furono almeno 2500, in un periodo di poco più di un mese. E’ curioso ricordare che la prima celebrazione di quella tragedia fu fatta da Mussolini, che il 5 febbraio 1944 dedicò una giornata, celebrata anche ad Asti, “alla memoria dei 471 caduti dell’Istria e della Dalmazia”».
L’esodo iniziò invece in modo massiccio a fine 1946 e proseguì per parecchi anni, portando in Italia oltre 250mila persone, sistemate in vecchie caserme e strutture provvisorie: i comunisti italiani li considerarono dei traditori, perché fuggivano dal socialismo di Tito e numerosi furono gli episodi di ostilità nei loro confronti.
Solo dopo anni, anche grazie alla loro forza d’animo ed alle loro capacità di lavoro, gli esuli poterono inserirsi pienamente nella società italiana.

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