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La medicina e l’igiene nell’astigiano nell’Ottocento

Nel corso dell’Ottocento la medicina segnò rapidi e significativi progressi, anche se, specie nelle zone di campagna una delle principali forme di difesa contro le malattie e le epidemie continuò ad essere ritenuta la fede religiosa

La medicina e l’igiene nell’astigiano nell’Ottocento

Nel corso dell’Ottocento la medicina segnò rapidi e significativi progressi, anche se, specie nelle zone di campagna una delle principali forme di difesa contro le malattie e le epidemie continuò ad essere ritenuta la fede religiosa, testimoniata da ex-voto raffiguranti persone piacenti a letto, di chiese, cappelle e piloni votivi dedicati a santi taumaturghi, quali Sant’Antonio Abate (invocato contro l’ergotismo) e San Rocco (protettore dalla peste, il colore e in generale le epidemie).

L’anestesia con l’etere

L’applicazione dell’anestesia con l’etere, applicata a Torino da Alessandro Ribere fin dal 1847, rese possibili interventi chirurgici sino ad allora causanti quasi sempre il decesso del traumatizzato; l’introduzione della sterilizzazione dei ferri e delle mani permise di ridurre i casi di sepsi.
L’uso della diagnostica radiologica (grazie alla scoperta dei raggi X da parte di Roentgen nel 1895), l’individuazione del vaccino contro il vaiolo ad opera di Jenner e di quelli contro i più diffusi agenti eziologici grazie alle ricerche di Pasteur, Koch e altri biologi, l’invenzione dello sfigmomanometro e di sempre più perfezionati strumenti diagnostici diedero l’avvio a una rivoluzione in campo medico e diagnostico. Le nuove tecniche non tardarono ad essere all’Ospedale degli Infermi di Asti, dove nel 1881 venne praticata per la prima volta la tracheotomia su un fanciullo di sei anni.

Nascono gli uffici d’igiene

Parallelamente la nascita degli uffici d’igiene, aperto ad Asti nel 1893 (mentre per i comuni monferrini occorrerà attendere fino agli anni Trenta del Novecento), la costruzione degli acquedotti (ad Asti l’acqua potabile fu disponibile fin dal 1890, nei paesi collinari solo nel 1932), la realizzazione di fognature, l’eliminazione delle raccolte delle acque stagnanti (ad Asti nel 1892 vennero prosciugati gli stagni del Pilone, a Cocconato nel 1891 fu prosciugato il cosiddetto gorgo della Trinità), l’apertura di mattatoi pubblici (ad Asti nel 1887), contribuirono non poco a migliorare rapidamente le condizioni igieniche della popolazione, riducendo altresì il pericolo contrarre e di diffondersi delle epidemie.

Piccoli ospedali in provincia

Nella seconda metà dell’Ottocento sorsero nei paesi della provincia numerosi piccoli ospedali. A Villanova dove fin dal XIV secolo era in funzione un famoso ospedale, nel 1847 la locale Congregazione di Carità istituì il ricovero degli infermi con 16 posti letto per ospitare gli ammalati iscritti nel registro dei poveri, con esclusione degli affetti da malattie infettive. Per iniziativa del parroco don Giovanni Battista Rossi, nel 1879 nacque a Castelnuovo d’Asti l’ospedale di San Giuseppe per accogliere infermi e cronici, a Buttigliera nel 1880 fu fondato l’ospedale Rossi. Due anni dopo a Montiglio, grazie ai lasciti di Luigi Boncarande e di don Antonio Macchia entrò in funzione in piccolo ospedale intitolato ai due benefattori, dotato di tre letti; nel 1896 mons. Vittorio Gandolfi costituì un comitato per raccogliere fondi per costruire un ricovero di mendicità che poté essere inaugurato nel 1902, riunendo in un solo fabbricato anche l’ospedale, l’asilo infantile e le scuole. A Canelli nel 1891 un comitato di beneficenza si attivò per fondare un ospedale destinato al ricovero gratuito degli infermi poveri, che entrò in funzione nel 1900. Grazie a un lascito di 10.000 lire dell’ing. Erminio Serra di Aramengo, nel 1891 fu inaugurato a Cocconato l’ospedale mandamentale intitolato al benefattore, con inizialmente tre posti letto, progressivamente ampliato nel corso del Novecento.

Situazione igienico-sanitaria precaria

Nei primi decenni dell’Ottocento nell’Astigiano la situazione igienico-sanitari era assai precaria, come testimoniavano l’intendente di Asti conte Carlo Ilarione Petitti di Roero e il medico Giuseppe de Rolandis di Castell’Alfero, che nel 1828 pubblicò i “Cenni medico-statistici della città e provincia di Asti”.
Le malattie più diffuse risultavano nell’inverno le affezioni alle vie respiratorie e le varie forme di angina, in primavera oltre alle “affezioni di petto”, i reumi acuti, le “resipole” (che colpivano prevalentemente le donne) e qualche “terzana”, nel periodo estivo le gastroenteriti e le “febbri nervose”, in autunno le “febbri intermittenti (che colpivano i contadini di ritorno dalle risaie dell’Olprepò), le “micidiali idropi”.
A mietere vittime erano anche le tisi, che affliggevano soprattutto gli adolescenti, la pertosse, la scarlattina, il morbillo. Nelle campagne la cattiva nutrizione, originata da una grande povertà, era fonte di malattie ricorrenti: la polenta, prodotta non di rado con farina avariata, causava la pellagra (una delle cause di morte più ricorrenti nei ceti bassi fino a metà Ottocento) e il pane confezionato con farina mescolata con “orobo, loglio, moco e simili” provocava vertigini, coliche, gastriti.

Gli infermi aumentavano in inverno

I rapporti statistici trimestrali sullo stato sanitario del territorio, compilati dai comuni astigiani in esecuzione alla legge sulla sanità pubblica, evidenziano che la salute della popolazione era normalmente buona, con un aumento del numero di infermi nel periodo invernale. Bronchiti, polmoniti, pleuriti, febbri gastriche erano le patologie più frequenti, mentre sono sporadici i casi di malattie endemiche (soprattutto febbre tifoidea).
Fra il 1832 e il 1837 il colera provocò un centinaio di morti nell’Astigiano (mentre fece stragi in Liguria); ricomparve nel 1854 causando 304 morti in provincia di Asti (in Piemonte furono 26.000), nel 1866 e nel 1884. A fine Ottocento, con le migliorate condizioni igieniche, le periodiche pestilenze cessarono: tuttavia nel 1918 si manifestò un’epidemia influenzale di eccezionale virulenza, la spagnola, che fece numerose vittime anche nell’Astigiano, seppure in percentuale minore rispetto al torinese.

Vaiolo una delle maggiori cause di morte

Una delle maggiori cause di morte all’inizio dell’Ottocento era rappresentata dal vaiolo: nel 1809 il prefetto di Asti ne rese obbligatoria la vaccinazione, ma il provvedimento incontrò notevole diffidenza da parte della popolazione rurale, nonostante l’opera di persuasione anche attraverso i parroci; nel 1823 solo un quinto dei bimbi nati in provincia di Asti veniva regolarmente vaccinato.

A mietere vittime erano anche altre malattie infettive come il tifo, la difterite (mal del group), il morbillo, di cui vi fu nel 1893 una forte epidemia risultata letale per oltre cento bimbi astigiani. Le febbri malariche che nel 1890 causarono ancora 68 decessi su 257 casi sparirono nell’arco di pochi anni grazie al prosciugamento delle acque stagnanti. Per combatte la scrofolosi (tubercolosi ghiandolare) vennero istituti gli ospizi marini, dove i ragazzi venivano curati con bagni di sole; fra il 1877 e il 1886 furono inviati nella colonia di Loano 206 astigiani: grazie alla permanenza di 45 giorni nella località marina, il 37% tornò guarito e il 41% migliorò.

Le malattie più diffuse

A fine Ottocento nel circondario di Asti le cause di morte più frequenti risultavano le enteriti, le malattie cardiache, le varie forme di tubercolosi, il morbillo, la difterite w il tifo. Quest’ultima patologia, causata nella maggior parte dei casi dall’acqua inquinata, la cui mortalità era de 12% nel 1895, colpiva ogni anno in quegli anni da un’ottantina a duecento astigiani. La tubercolosi che raggiunse in forma endemica il suo culmine in Italia fra 1870 e 1890, trasformandosi quindi in malattia endemica, causava ancora a fine Ottocento annualmente oltre 200 morti ogni 100.000 abitanti.

Situazione sanitaria

Nei primi decenni dell’Ottocento riferiva l’intendente Petitti nelle sue “Memorie statistiche introno alla provincia di Asti” del 1826 il numero di «medici, chirurgi, speziali, flebotomi» era «più che sufficiente per comodamente attendere alle emergenze degli infermi», mentre scarseggiavano le ostetriche, giudicate ignorantissime; a loro peraltro la popolazione delle campagne ricorreva solo nel caso di parti oltremodo complessi, preferendo altrimenti rivolgersi a qualche praticona, la cui improvvisazione comportava non di rado l’insorgere i febbri puerperali, con conseguenze in alcuni casi anche mortali. Oltre alle levatrici improvvisate, a cagionare danni agli ammalati erano, secondo il Petitti, anche i flebotomi che si cimentano «in qualunque cura anche estranea alle loro funzioni», i farmacisti, i cui intrugli se non erano fatali non aveva nessun effetto benefico, e quelli che si spacciavano per “valenti sacretisti”, i cui effetti erano terribili, specie nella cura della lue venerea: il «sublimato amministrato senza scrupolo e proporzione» determinava frequenti apoplessie fulminanti. I miglioramenti delle condizioni di vita della popolazione, grazie ai continui progressi della medicina e alla riduzione delle situazioni precarie in campo igienico, furono avvertiti inizialmente in città, dove erano attivi medici e istituzioni sanitarie efficienti, e solo più tardi nelle zone di campagna, dove l’ignoranza portava spesso, ancora nella prima metà del Novecento, la gente a ricorrere a pratiche legate a forme di superstizione di antica matrice e a rivolgersi a mediconi e settimini anziché ai medici condotti.
Franco Zampicinini

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