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La paura di chi ha subito un trapianto, i più fragili tra i fragili

Da Moncalvo la storia di Maurizio che dall'inizio dell'emergenza coronavirus lotta per tenere lontano il contagio

La loro vita ai tempi del Covid

«La paura? Per noi trapiantati è una compagna di viaggio»: a parlare è Maurizio Cornacchia, 48 anni, moncalvese doc. Con lui si affronta un tema molto delicato, e particolarmente importante, ovvero la vita dei trapiantati al tempo del Covid-19. Dal 6 novembre 2007 appartiene a quel gruppo di persone che possono festeggiare due compleanni: quello normale e il secondo che lo ha visto ritornare a vivere.

 

Una storia di dialisi fin da bambino

«Fino ai 7 anni – ci racconta Maurizio – ho fatto dialisi e all’epoca per i bambini l’unico centro era l’ospedale Gaslini di Genova. 3 giorni a settimana, 8 ore di dialisi». Senza di essa, in passato, si moriva. Adesso, si sopravvive anche per anni. La vera cura delle malattie renali croniche è, però, il trapianto. Serve un rene umano. Serve un donatore. Serve un gesto d’amore. «Quel gesto l’ho ricevuto alla fine del 2007. Il trapianto sostanzialmente ti guarisce e ti permette davvero di ritornare a vivere e a condurre una vita normale. L’unica accortezza che devi avere è seguire scrupolosamente la terapia antirigetto: farmaci particolari chiamati immunosoppressori», confida Maurizio con emozione.

I farmaci antirigetto aumentano il rischio di contagio

È proprio l’assunzione di tali medicinali che rende la vita difficile a queste persone, specialmente da quando è incominciata l’epidemia di Covid-19. «Noi trapiantati ci siamo subito resi conto che eravamo soggetti ad alto rischio – ci dice Maurizio – andare in ospedale è stato sconsigliato: gli esami di controllo sono stati sospesi, ovviamente tranne quelli urgenti, e per il recupero dei farmaci ci si è dovuti arrangiare chiedendo a gente di buona volontà di farlo per noi. Per non parlare del lavoro. Ho la fortuna di poter usare lo smart working ma non tutti hanno questa possibilità. Per noi il tornare a uscire, al lavoro, alla vita normale di prima, sarà un cammino ancora lungo».

Isolati più degli altri

La sensazione che traspare dalle parole di Maurizio è quella di essere, più di altri, rinchiusi e limitati: «Questo non riguarda solo noi; anche i nostri famigliari. Non è che se io non esco sono al sicuro e mia moglie o mia figlia possono tranquillamente uscire. Anche loro, vivendo insieme a me, devono stare particolarmente attente». Il terrore non molla mai i trapiantati e, come ci insegna Maurizio, non è facile controllarlo: «Siamo esseri umani, ancora più fragili degli altri alcune volte. E come non esserlo? Chi di noi non avrebbe paura di ritornare al dolore, alla sofferenza, dopo essere stato trapiantato e aver vissuto come una persona normale? Le informazioni che abbiamo dicono che noi trapiantati, e in generale tutti gli immunodepressi, siamo soggetti a rischio ma questo non deve impedirci di continuare le nostre terapie e cercare di condurre una vita la più possibile normale e sana. Questa è la nostra migliore risposta alla paura e al pericolo del contagio».

Un invito alla donazione degli organi

A oggi sono 8588 le persone in attesa di un trapianto salvavita. Sono stati fatti trapianti, si è continuato a informare e a sensibilizzare su quanto sia necessario manifestare subito, da adesso, la propria disponibilità a una eventuale donazione. «È importante informarsi e scegliere – conclude Maurizio – perché la nostra scelta può fare la differenza tra la vita e la morte di un’altra persona, come è capitato a me. Chi salva una vita, salva il mondo intero. E questo periodo di epidemia ci ha ricordato, drammaticamente, quanto davvero siamo comunità».

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