La paura di Giorgio che occupa in strada Fortino
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La paura di Giorgio che occupa in strada Fortino

Le storie di chi occupa perché non ha una casa sono storie di disagio, di difficoltà, dolore e in certi casi disperazione. Ma sono anche storie di chi con un gesto simbolico ci ricorda che, complice

Le storie di chi occupa perché non ha una casa sono storie di disagio, di difficoltà, dolore e in certi casi disperazione. Ma sono anche storie di chi con un gesto simbolico ci ricorda che, complice la crisi, questi sono giorni in cui può succedere a chiunque di perdersi. E rischiare di non ritrovarsi più. Come la storia di Giorgio che arriva dalla Romania e fa il musicista. «Ho studiato musica -? dice con un sorriso che disarmerebbe anche un dittatore coreano ?- ma ho tre figli e qui mi tocca fare il musicista di strada. Vivevamo in affitto, mia moglie ha lavorato per anni in un'impresa di pulizie. Pensavamo di poter finalmente star bene ma poi ci hanno detto che con la crisi non c'era più lavoro. E i contributi non glieli avevano pagati. Quindi nessun diritto. Sono nate due gemelline e col mestiere che faccio lavori oggi e mangi domani. Se vedeste dove eravamo costretti ad abitare capireste che per noi l'occupazione è quasi un sogno».

Jack, si definisce militante volontario, arriva da Alba e fa un po' da coordinatore per le necessità di base delle famiglie che hanno occupato lo stabile del Fortino. «Comincia a esserci tanta gente normale – dice -? che si trova in difficoltà. Sono le stesse persone che incontri in coda alla posta o al supermercato. Io abitavo ad Alba e mi sono trovato a ripercorrere la stessa strada di tanti. Sono convinto che si potrebbe fare qualcosa come la requisizione. A Messina l'hanno fatto. Quello che vorremmo è solo poterci permettere la nostra dignità. Non occupo certo perché mi piace ma ora non vedo altra luce».

Altra storia ma stesso filo conduttore quella di Kaori che astigiana lo è da generazioni e di Altin un ragazzo albanese. Cameriera lei e manovale lui. Tuttofare pur di garantire il minimo indispensabile alla piccola Anastasia, nove mesi e due occhi vivi come la felicità. «Mentre ero in ospedale a partorire il padrone di casa ci ha detto "Avete due giorni per andarvene" -? dice abbassando gli occhi quasi a vergognarsi ?- Sai, non avevamo un contratto e non ci potevamo fare niente. Siamo stati per mesi da parenti ma con una bambina piccola è un inferno». Di fronte alla palazzina occupata incontriamo una signora anziana. «Non dica come mi chiamo se no mio marito mi sgrida -? mi dice con un sorriso triste ?- qualche anno fa avrei detto che erano solo degli "scaramacaj". Adesso, ogni giorno che passa, ho più paura che quando io e mio marito non ci saremo più mia figlia si ritrovi con le difficoltà di questa povera gente. Non ci dormo la notte».

l.p.

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