La Nuova Provincia > Attualità > La rivoluzione degli oratori
Ponti tra strada e Chiesa
Attualità Asti -

La rivoluzione degli oratori
Ponti tra strada e Chiesa

«Rilanciate gli oratori, adeguandoli alle esigenze dei tempi, come ponti tra la Chiesa e la strada, con particolare attenzione per chi è emarginato e attraversa momenti di disagio, o è caduto nelle

«Rilanciate gli oratori, adeguandoli alle esigenze dei tempi, come ponti tra la Chiesa e la strada, con particolare attenzione per chi è emarginato e attraversa momenti di disagio, o è caduto nelle maglie della devianza e della delinquenza». Così il Beato Giovanni Paolo II parlava ai giovani di Roma quando era Papa, sottolineando la sfida tipica di queste realtà, che non nascono “a tavolino”, ma dalla capacità di lasciarsi provocare e mettere in discussione dalle urgenze e dai bisogni del proprio tempo.
Basti pensare alle circostanze che hanno originato le diverse esperienze educative sperimentate dalla Chiesa nei secoli: le precarie condizioni spirituali della gioventù cinquecentesca di Roma per San Filippo; l’esigenza di scolarizzazione ed educazione cristiana per la diocesi ambrosiana nell’attuazione del Concilio di Trento; l’incontro con i ragazzi «abbandonati e pericolanti» della Torino industriale di metà Ottocento, caratterizzata da condizioni di vita molto dure, per Don Bosco.

Ne è convinto don Carlo Rampone, responsabile del servizio diocesano di Pastorale giovanile, che ricorda a questo proposito l’impegno della Cei (Conferenza episcopale italiana), che ha dedicato il decennio 2010/2020 ad interrogarsi su come gli oratori possano diventare motore educativo e di nuova evangelizzazione in una società che, da alcuni anni, presenta evidenti segnali di cambiamento. «Fino agli anni Novanta – commenta Rampone – l’oratorio funzionava senza radicali trasformazioni rispetto al periodo precedente, in quanto era l’unica (o una delle poche) agenzie educative presenti, specchio di una società omogenea. Ora è diverso. L’oratorio riflette una società disomogenea al suo interno per tradizioni culturali e religiose, tanto che si calcola che, in media, il 15% dei ragazzini che lo frequenta appartiene ad un’altra religione o ad un’altra confessione cristiana (copta, ortodossa). Inoltre riflette una società dominata dal secolarismo, che provoca l’allontanamento dalla fede da parte delle nuove generazioni, e dalla scarsità di vocazioni religiose, che, tra le varie conseguenze, rende di fondamentale importanza l’impegno dei laici nelle parrocchie. Senza contare che la Chiesa si trova di fronte ad una generazione sempre più avvezza alle nuove tecnologie, che ormai fanno parte del vissuto e dell’esperienza quotidiana dei giovani, definiti per questo “nativi digitali”».

In tale contesto, come scritto dalla Cei nella Nota pastorale pubblicata lo scorso febbraio, intitolata “Il laboratorio dei talenti”, la strada da seguire è quella di considerare l’oratorio sempre più come “laboratorio educativo” proponendo, oltre alle tradizionali attività nate per favorire il pieno sviluppo di tutte le dimensioni della persona (intellettive, affettive, relazionali e spirituali), anche attività pratiche e formative, soprattutto in occasione dei centri estivi a giugno e luglio. Perché no, anche con l’aiuto di esperti di un determinato settore che sappiano far fruttare i “talenti” dei ragazzi o in sinergia con Istituzioni, associazioni e agenzie formative del territorio.

«Al contempo – conclude Rampone – si ritiene che l’oratorio non si possa sottrarre al contesto esistenziale dei giovani dominato dalla presenza dei nuovi media». Lo deve fare, come scritto nella Nota, «assumendo le possibilità delle nuove tecnologie digitali con intelligenza e prudente innovazione, abitando con naturalezza questi stessi mondi e “facendo oratorio” anche dentro queste nuove tecnologie, privilegiando come elementi il confronto, la relazione, l’informazione, la vicinanza, la circolazione delle idee, il protagonismo dei ragazzi, le nuove abililità che hanno sviluppato. Il tutto garantendo uno spazio reale di confronto con il virtuale per capirne profondamente potenzialità e limiti».

Elisa Ferrando

Articolo precedente
Articolo precedente