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Le vendite dell’Asti e del Moscato d’Asti docg tengono bene il mercato nonostante il lockdown

Ricagno: Una grande «intesa che coinvolga tutti gli attori del mondo vinicolo e le istituzioni» per trovare «strade comuni attraverso le quali uscire da questo momento difficile»

L’Asti e il Moscato d’Asti docg tengono bene il mercato: intervista a Ricagno

Una grande «intesa che coinvolga tutti gli attori del mondo vinicolo e le istituzioni» per trovare «strade comuni attraverso le quali uscire da questo momento difficile». Mantenendo sempre alta «la guardia e monitorando il sistema» dei mercati, assicurando «redditività ai produttori onde evitare il collasso del sistema». Sono queste le “ricette” che Stefano Ricagno, vicepresidente del Consorzio di Tutela di Asti e Moscato d’Asti, mette sul tavolo nei giorni in cui l’emergenza coronavirus impone «un cambio di strategia per il futuro». Mentre, e questo è un buon segno, le vendite di Asti e Moscato d’Asti Docg paiono non subire i contraccolpi del lungo lockdown.

Vicepesidente, subito i numeri: le vendite come stanno andando?

Parliamo di fascette consegnate. Si badi bene che un imbottigliatore, piccolo o grande che sia, non richiede fascette ministeriali se non ha previsioni di vendita. Ebbene, nei primi tre mesi abbiamo consegnato 18,7 milioni sigilli contro i 19 milioni dello stesso periodo del 2019, circa 300 mila pezzi in meno, l’1 per cento in meno. E aprile si conferma con un trend positivo.

Come si spiega questa tenuta del comparto Asti e Moscato d’Asti?

Questi due prodotti non hanno mai goduto del canale di vendita della ristorazione e dei bar. Erano segmenti che avevamo, da tempo, deciso di aggredire commercialmente e sui quali stiamo lavorando. Anche le nuove iniziative di promozione andranno in questo senso. Paradossalmente, questa nostra debolezza, se così la possiamo chiamare, ci ha messo al riparo, per ora, da una crisi generalizzata. In Italia e all’estero viviamo soprattutto di grande distribuzione, e questo ci fa ben sperare nel contenimento della flessione. Bisognerà vedere quel che accadrà, soprattutto nei Paesi dove il virus sta colpendo di più.

L’estero, appunto. Come stanno reagendo i principali mercati di riferimento?

L’Europa, lo sappiamo, paga dazio alla pandemia. Le aperture annunciate a maggio dovrebbero offrirci i primi riscontri. La Russia e l’Asia stanno andando bene, anzi, i paesi dell’oriente ad aprile hanno continuato a ordinare, e questo è un segnale più che positivo.

Quali segnali arrivano dagli Stati Uniti, mercato importante soprattutto per il Moscato d’Asti?

Gli Usa, su 32 milioni di bottiglie di “tappo raso”, ne assorbono da soli 22 milioni. E’ un mercato che non ci possiamo permettere di perdere. Per ora registriamo un leggero calo, ma è comprensibile. Stiamo monitorando la situazione sia attraverso i nostri associati sia attraverso i canali che abbiamo proprio per non lasciarci sfuggire nulla.

Già si pensa alla vendemmia. C’è un timore diffuso. Come vi state muovendo?

Guardi, con Piemonte Land e la Regione stiamo monitorando la situazione proprio per non arrivare impreparati, facendo proiezioni sul futuro per tutelare le denominazioni. Tre sono le direttrici lungo le quali ci muoviamo.

Quali?

Anzitutto la distillazione. L’Italia importa alcol dall’estero. Invece possiamo produrre con vino italiano alcol da utilizzare nelle lavorazioni o per sanificazione. La Francia ha già chiesto all’Ue di attivare questa opportunità: possiamo farlo anche noi per non appesantire le scorte. In secondo luogo si può pensare ad una diminuzione delle rese ma con un supporto economico che garantisca il reddito al vigneto e a pagare non sia il produttore.

Terzo?

Un aiuto, sempre economico, al mantenimento delle eccedenze del prodotto. Sono tutti passi che devono seguire trafile burocratiche: regione, il governo centrale e infine l’Unione Europea. Noi ci siamo già mossi, contiamo di avere risposte in tempi ragionevoli.

I vertici del consorzio sono in scadenza, a maggio. La presidenza dovrebbe andare, secondo alternanza, alla parte industriale. Ci sono già nomi di appabili?

No, non ci sono nomi. E non lo dico per piaggeria, proprio non se n’è ancora parlato. L’unica cosa certa è questa: vogliamo riscrivere un nuovo libro dove ci sia una grande intesa tra parte agricola e quella industriale, ognuna mantenendo ovviamente le proprie specificità. Vogliamo ci siano sinergie e sintonia d’intenti. Questo ci deve insegnare questo periodo difficile: a lavorare uniti e coesi per un fine comune.
Giovanni Vassallo

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