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“Non si affitta agli africani”: docufilm sui braccianti stranieri che vivono a Canelli

Interessante progetto in cui la presenza degli stagionali delle vigne viene raccontata dal loro punto di vista

Tanto si è parlato di migranti e di braccianti stagionali stranieri; tanto si è discusso sulle loro presenze in accampamenti di fortuna durante la vendemmia e tanti sono stati gli sgomberi a favore del decoro di città e paesi. Ma in pochi hanno provato a cambiare il punto di vista e a vedere le cose con gli occhi di loro, i braccianti stranieri.
E basta mettersi qualche ora nei loro panni, ascoltare la loro quotidianità per rendersi conto di quanta responsabilità ci sia da parte degli italiani nel trasformarli in clandestini.
E chi meglio di loro poteva raccontare quel punto di vista?
Lo hanno fatto alcuni braccianti dell’associazione Sotto il Baobab di Canelli, il cui progetto è stato scelto da UNHCR e INTERSOS nell’ambito del programma PartecipAzione per rafforzare l’inclusione dei rifugiati nella vita sociale.

Grazie all’assistenza di un videomaker professionista, alcuni ragazzi si sono trasformati in reporter per raccogliere le storie dei loro compagni e dare vita ad un docufilm che sarà trasmesso a fine mese.
Dalle testimonianze emergono alcune considerazioni poco scontate.
«Il problema dei braccianti stranieri rifugiati non è tanto trovare lavoro – anticipa Oumaru Lenglengue, responsabile di Sotto il Baobab – Perchè di lavoro su queste colline ce n’è a sufficienza e per tutto l’anno. Il problema vero è trovare una casa in affitto e un modo per raggiungere le vigne e gli altri posti di lavoro».
Perchè nessuno vuole affittare ad un rifugiato, ancor più se africano e pochissimi di loro sono in possesso di una patente e di un’auto per potersi spostare e andare in luoghi dove non esistono linee di autobus pubbliche o, se ci sono, hanno orari incompatibili con il lavoro nei campi.
E poi i contratti di lavoro che vengono fatti dagli imprenditori agricoli per meno di 20 ore settimanali, il minimo per chiedere il rinnovo del permesso umanitario.
«E così si innesta un circuito perverso che porta alla clandestinità – riassume Oumaru – perchè per affittare casa serve un permesso di soggiorno e un contratto di lavoro più sostanzioso; per rinnovare il permesso serve dimostrare di avere una casa e guadagnare abbastanza per mantenersi, cosa non prevista con contratti da 16 ore alla settimana. Da qui alla clandestinità il passo è breve. E con la clandestinità arriva lo sfruttamento, perchè in realtà i braccianti lavorano ben più delle 16 ore da contratto, ma il resto viene pagato in nero».

Unico progetto in Piemonte

Quello di “Sotto il Baobab” è stato uno dei 7 progetti scelti in tutta Italia, l’unico in Piemonte. Due le idee contenute nel progetto premiato con il finanziamento: la prima è quella di un percorso di formazione sindacale per i rifugiati in arrivo da Africa, Medio Oriente e Asia. Con un percorso anche di progettazione, comunicazione, raccolta fondi e protezione internazionale e opportunità di neworking. Il secondo è un racconto per immagini di come vivono i rifugiati che svolgono il lavoro di braccianti fra le colline astigiane.
PartecipAzione è un programma finanziato da UNHCR e Intersos per rafforzare la partecipazione dei rifugiati alla vita sociale, culturale ed economica italiana attraverso un percorso di corredo delle competenze necessarie alla vita associativa del terzo settore rivolto ad associazioni guidate da rifugiati o dove i rifugiati hanno un ruolo importante nel processo decisionale.

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