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ma non ci guadagnamo nulla, anzi…»
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Parlano i cinghialisti: «Tutti contro di noi,
ma non ci guadagnamo nulla, anzi…»

A metà fra hobbysti e lavoratori non pagati ci sono loro, gli abbattitori di cinghiali, contro i quali gli agricoltori che subiscono pesanti danni rivolgono le loro proteste accusandoli di non fare

A metà fra hobbysti e lavoratori non pagati ci sono loro, gli abbattitori di cinghiali, contro i quali gli agricoltori che subiscono pesanti danni rivolgono le loro proteste accusandoli di non fare il loro dovere in modo corretto. Abbiamo parlato con due di loro: Pietro Manzone e Giovanni Masoero, caposquadra e vice di una delle 14 squadre che operano nella zona nord della Provincia. «Va precisato, intanto, che fuori dal periodo del calendario venatorio -spiega Manzone- la Provincia di Asti, con una delibera, ci ha praticamente intimato un piano di abbattimento di tre mesi, da febbraio ad aprile, da fare per tre giorni la settimana con un minimo di tre capi abbattuti per ogni uscita. Ricordiamo che noi siamo cacciatori per passione e per noi la caccia è concentrata nei tre mesi “canonici”. Qui ci tocca andare in giro per boschi per tutto l’anno».

Obbligati? «No, piuttosto responsabili – replica Masoero- va sottolineato, una volta per tutte, che i “cinghialisti” non ci guadagnano nulla a fare le battute, anzi spesso ci rimettono. Continuiamo a farlo perchè ci rendiamo conto dell’emergenza della diffusione dei cinghiali e vogliamo fare la nostra parte per arginarla». Già, la “nostra” parte, perchè non ci sono solo i cinghialisti impegnati in questo contrasto. «Sulla carta -spiega ancora Masoero- oltre ai cacciatori “iscritti nelle squadre” possono abbattere cinghiali i proprietari dei terreni con regolare porto d’armi, le squadre che vanno alla volpe, altre squadre di controllo individuate dalla Provincia e le guardie di vigilanza della polizia provinciale». Ma alla fine, i risultati, arrivano solo dai cinghialisti.

Vero o da sfatare il mito del cacciatore al cinghiale che ci guadagna? «Assolutamente da sfatare -replicano in coro i due- Facciamo pure i conti. Per andare a caccia, ogni anno paghiamo 173 euro di tassa per il porto d’armi, 100 euro di iscrizione all’Atc di riferimento, 100 euro alla Regione per il tesserino, 100 euro di assicurazione, 95 euro per l’iscrizione alle squadre di abbattimento dei cinghiali. A questi aggiunga che ogni sei anni vi è il rinnovo del porto d’armi che costa altri 300 euro. Gli altri costi sono quelli “vivi” della battuta vera e propria». E qui caposquadra e vice entrano nel merito di come si organizza e si svolge una battuta al cinghiale. «Una volta avuta l’autorizzazione, il giorno prima una squadra di almeno una decina di cacciatori va a segnare le tracce dei cinghiali nella zona scelta (quasi sempre su segnalazione di avvistamenti degli animali). Significa almeno cinque o sei fuoristrada in giro per tutto il giorno, con relativo costo del carburante e tutto quanto legato al logorio di un mezzo».

Questo in stagione di caccia, perchè ogni anno, prima di iniziare, i cinghialisti incaricano un contoterzista di pulire lunghi tratti di strade interpoderali per potersi avvicinare ai boschi e le spese le sostengono personalmente, oltre al lavoro di volontari con motoseghe e altri arnesi di ripulitura. «Il giorno della battuta si esce all’alba, prestissimo, si riprendono i fuoristrada, con i cani sopra, e si comincia la battuta, che dura tutto il giorno». Qui si aggiungono altre spese: innanzitutto quelle veterinarie per i frequenti attacchi dei cinghiali ai cani; solo l’anno scorso le squadre del nord hanno speso circa 3500 euro per far “ricucire” e curare i loro cani e due di loro sono stati ridotti così male da essere sostituiti, quindi va aggiunto il costo di acquisto degli animali. Una volta trovato, braccato ed ucciso il cinghiale, questo va trascinato con le corde fino al fuoristrada più vicino, di lì caricato e portato in una “casa di caccia” di cui i cacciatori pagano l’affitto. E’ un luogo bene attrezzato per la macellazione dell’animale e dotato di cella frigorifera, anch’essa acquistata in proprio.

Qui l’animale morto viene lavorato e della carne che ne risulta vengono fatte le cosiddette “buste” da distribuire fra tutti i cacciatori partecipanti alla battuta. Le carcasse devono poi essere smaltite con apposito formulario e relativa tassa, circa 600 euro l’anno. Fin qui tutte le voci in “uscita”. L’unica in “entrata”, oltre alla passione per la caccia, è quella della busta di carne, mediamente fra il chilo e mezzo e i due chili di roba, a seconda del peso del cinghiale, di quanti se ne sono abbattuti e del numero di partecipanti. Un regolamento sanitario consente ai cacciatori di consumare in proprio la carne o di venderla a titolo di rimborso spese (vedi precisazione di Fulvio Brusa nell’articolo sopra ndr). Una carne che vale, all’incirca 7-8 euro il chilogrammo. E non può essere commercializzata fino a quando non passa il tempo necessario per le analisi che vengono fatte all’Asl sui campioni dei capi abbattuti. «Con una burocrazia che, da sola, porta via altre ore di tempo» sottolineano i due cinghialisti.

«E secondo voi noi lo facciamo per i soldi?». Ma il problema rimane e si diffonde. Quale soluzione propongono i cinghialisti? «Partendo dal presupposto che tutti coloro che sono chiamati a contenere il fenomeno dovrebbero fare la loro parte -dicono- un aiuto importante arriverebbe dalla liberalizzazione della partecipazione alle battute di caccia fuori dal calendario venatorio. Oggi, un cacciatore “normale” non può unirsi a noi durante la battuta se non paga i 95 euro di iscrizione ulteriore. E, visto che molti di loro non hanno tempo di fare sufficienti battute per ammortizzare neppure quella tassa, non si iscrivono e noi facciamo sempre più fatica a trovare abbastanza persone per una battuta. Perchè dare la caccia al cinghiale è una cosa difficile, lunga, complicata e richiede mezzi e gente esperta e competente».

d.p.

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