Quella telefonata che cambiò la storia
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Quella telefonata che cambiò la storia

Per giorni era piovuto senza sosta e poi, come una fitta al cuore, quello squillo nella notte che ci cambiò la vita per troppe settimane: “Charlie” Accomasso,  all’epoca caporedattore del

Per giorni era piovuto senza sosta e poi, come una fitta al cuore, quello squillo nella notte che ci cambiò la vita per troppe settimane: “Charlie” Accomasso,  all’epoca caporedattore del giornale, non avrebbe potuto essere in redazione il giorno dopo, domenica, perchè bloccato fuori città a causa del maltempo. Che non si trattasse del “solito” maltempo novembrino lo capii dal tono della telefonata: «Sui ponti ci sono dieci centimetri di acqua e le strade sono tutte chiuse». Sveglia imperiosa, verifica che Lorenzo, mio figlio, fosse tornato a casa – seppi solo due giorni dopo che era stato uno dei tanti astigiani, ed il solo della nostra redazione, rimasto a lungo sul ponte Tanaro di Corso Savona a vedere come evolveva la situazione – e poi sulla Prisma a girare per la città a capirci qualcosa di più.

Una piccola “Odissea nello spazio” nella zona sud della città, tra ponti impraticabili, cassonetti dei rifiuti (quelli pesantissimi, di zinco) capovolti e spostati di centinaia di metri dalla forza dell’acqua, il lago di Campo del Palio, con tanto di spettatori sulla scalinata dell’Intendenza di Finanza, via Cavour diventata fiume, come nel ’48, su cui navigavano i canotti di salvataggio, il fango del rione San Rocco, la terribile e per molti purtroppo indimenticabile puzza di gasolio e nafta che proveniva dagli scantinati della case allagate e, cosa ancor più drammatica, l’impossibilità di avventurarsi più a sud, verso corso Savona e corso Venezia dove l’acqua, pur ormai in deflusso, era ancora altissima. Un evento di dimensioni così imponenti da rendere particolarmente difficile la “presa di coscienza” di quel che era avvenuto, tra lo sgomento di tutta quella gente, un terzo degli abitanti del centro urbano, che si aggirava nei cortili e nelle cantine cercando di non cedere alla disperazione e di salvare il salvabile.

Fu chiaro che tutto questo doveva essere documentato e raccontato nel migliore dei modi. Alle 10 di quella domenica eravamo tutti, senza essere stati convocati, in redazione: redattori, fotografi, collaboratori, pronti ad andare sui posti dell’alluvione, anche quelli ancora a forte rischio, per fare ciò che un giornale è tenuto per prima cosa a fare: informare, e immutato resta, a vent’anni dai fatti, il moto d’orgoglio per aver lavorato e, mi sia concesso, diretto, quell’eccezionale gruppo di donne e uomini che era la nostra redazione.

Sarebbero venuti giorni difficili e ricchi di polemiche, casi pietosi, lutti e distruzioni, la solidarietà diffusa, i non alluvionati che andavano a “vedere l’alluvione”, i risarcimenti che sarebbero arrivati chissà quando o forse mai, i giornalisti astigiani che raccolsero quasi duecento milioni per aiutare chi faceva questo mestiere ed era andato a bagno. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Paolo Monticone
(nel 1994 direttore de La nuova Provincia)

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