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Attualità

Rilocalizzazioni, il contestato viaggio
verso le aree sicure

Case, auto, attività produttive, negozi, garages, magazzini, campi, allevamenti, stalle, cascine, opere pubbliche: i conti dei danni dopo il passaggio violento dell’acqua raggiunsero cifre

Case, auto, attività produttive, negozi, garages, magazzini, campi, allevamenti, stalle, cascine, opere pubbliche: i conti dei danni dopo il passaggio violento dell’acqua raggiunsero cifre esorbitanti e diedero la misura della ferita profonda nell’economia e nei risparmi di tutti. Qualche numero relativo alle imprese parla da solo. Nella provincia di Asti sono 168 le aziende industriali colpite, 867 i negozi ed esercizi commerciali, 738 gli artigiani, 893 le aziende agricole e 244 le altre attività produttive per un totale di oltre 357 miliardi di lire. Un altro dato che aiuta a comprendere l’enormità anche economica di quell’evento è quello che emerge dalle domande di contributo a fondo perduto e di finanziamenti a tasso agevolato per tutto il Piemonte alluvionato nel 1994: si parla di un totale di erogazioni approvate di mille miliardi di lire, 500 milioni di euro di oggi.

Ma sono stati sufficienti per far ripartire tutti? In realtà qualche “anello debole” si è perso a causa dell’alluvione. Per le aziende che già prima faticavano a stare a galla, l’evento calamitoso è stato il colpo di grazia: queste non hanno resistito neppure il tempo di arrivare a prendere i primi contributi. Mentre per molte altre aziende, pur riconoscendo la drammaticità di quel momento, alla fine si è rivelata un’occasione di crescita. Questo perchè, nei decreti che prevedevano i rimborsi alle aziende, si parlava di finanziamento per “pari capacità produttiva” esistente al momento dell’inondazione, dando così l’opportunità di rinnovare i macchinari e svecchiare le attrezzature e i mezzi. In un primo momento le norme sulla ricostruzione prevedevano una percentuale del 20% di contributo a fondo perduto per un tetto massimo di 100 milioni cui associare finanziamenti a tasso agevolato.

Poi la percentuale si è innalzata al 30% e, alla fine, dopo anni di rivendicazioni, ha raggiunto il 75%, così come era stato riconosciuto ai privati cittadini. A quel punto, chi aveva il finanziamento a tasso agevolato si era visto quasi azzerare la quota residua da restituire, dando grande fiato alle aziende con un’iniezione di capitali nel circuito produttivo della città. Anche se, per arrivarci, sono serviti otto anni di richiesta di ristabilire l’equità sociale fra aziende e privati cittadini. Un’altra importante partita che le imprese hanno dovuto giocare con le amministrazioni riguarda le famose rilocalizzazioni. Quando ancora i lavori sugli argini non erano stati messi in cantiere, venne emanato il primo decreto che incentivava lo spostamento delle aziende dalle fasce a rischio di esondazione in altre sicure. Un primo atto di prevenzione del rischio che doveva vuotare il più possibile quelle aree a ridosso del fiume per evitare nuovi disastri e danni a sei cifre.

Uno strumento, quello della rilocalizzazione, che vide i termini di presentazione delle domande aprirsi e chiudersi più volte nell’arco di oltre dieci anni dalla sua prima emanazione e che non sempre è stato aderente allo scopo originario per il quale era nato, perchè alcuni edifici produttivi o commerciali “svuotati” delle attività che avevano traslocato altrove, erano poi stati rioccupati da nuove altre. Una cosa resa possibile dalle maglie farraginose dei regolamenti che lasciavano ampio spazio alle singole interpretazioni, soprattutto di quelle delle amministrazioni competenti per territorio. Fu proprio una interpretazione molto restrittiva a porre il Comune di Asti (che nel frattempo era passato dalla giunta dell’alluvione Bianchino a quella guidata dall’avvocato Florio) fra quei pochi che rilasciarono con il contagocce i certificati necessari per avviare la rilocalizzazione.

Con un caso paradossale che coinvolse un assessore della stessa Giunta, comproprietario dell’immobile che si affaccia su Campo del Palio occupato allora dalla storica Osteria del Mercato. Destinato ad una importante ristrutturazione, il palazzo risultava al centro del piccolo triangolo della piazza che non compariva nelle fasce a rischio. Questo consentì una piena e corposa ristrutturazione di quell’edificio, ma bloccò la rilocalizzazione per decine di altre attività appartenenti alla stessa “fascia” sicura. Con una scia di polemiche che sfociò anche in manifestazioni di protesta di piazza. Le rilocalizzazioni infatti, erano anche una buona occasione di crescita delle aziende perchè veniva estinto il precedente prestito a tasso agevolato per accenderne un altro sull’acquisto del terreno, la costruzione del nuovo capannone in zona sicura, l’ammodernamento dei macchinari.

Daniela Peira

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