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Ristoranti e bar in Piemonte: attesa per oggi l’ordinanza di Cirio per la fase 2

Cirio guarda all'Emilia Romagna, ma le indicazioni dell'ISS sono molto chiare e c'è in ballo la sicurezza dei clienti e degli operatori del settore

Ristoranti e bar: si va verso un’ordinanza simile all’Emilia Romagna

Anche il Piemonte sta lavorando all’ordinanza che regolerà la riapertura di ristoranti e bar, ma lo sta facendo con un occhio alle linee guida – molto rigide – pubblicate dall’Inail e dall’Istituto Superiore di Sanità, e con l’altro guardando all’Emilia Romagna che ha spiazzato tutti con regole meno drastiche in vista della riapertura dei locali prevista per il 18 maggio.

Ci sono tanti nodi da sciogliere, come i famosi 4 mq d spazio “vitale” per ogni cliente e la distanza di almeno 2 metri da un tavolo all’altro. Quelle dell’Inail, appunto, sono indicazioni, ma ogni Regione andrà un po’ in ordine sparso con oneri (ed eventuali onori da parte delle associazioni di categoria) nel definire le regole per riaprire ristoranti e bar. Proprio citando i 4 mq c’è chi ipotizza interpretazioni meno restrittive come il fatto che occorra tenere libero 1 metro davanti, dietro, a sinistra e a destra di ogni cliente; altri pensano che ogni cliente deve avere “il suo” metro di distanza, cosa che porterebbe due persone, sedute allo stesso tavolo, a dover essere distanziate di 1 metro più 1 metro, quindi 2 metri. Si vedrà.

Ma l’Emilia Romagna ha voluto sbarazzarsi dell’eccessiva burocrazia, quindi di limitare al massimo ogni tipo di autocertificazione: chi vorrà sedersi a un tavolo lo farà, insieme ad altri, senza dover certificare il grado di parentela, se siede in compagnia della fidanzata, dell’amante o del collega di lavoro. Certo, se ne assumerà ogni responsabilità che non dovrà gravare sul titolare del locale e molto sarà demandato alla coscienza delle persone. Per alcuni un bene, per altri lasciare troppa discrezionalità ai clienti sarebbe, invece, l’anticamera dell’italianissimo “ognuno fa un po’ ciò che vuole guardando solo il proprio interesse”.

Autocertificazioni: fino a che punto?

Nelle autocertificazioni il Piemonte intende trovare un punto di equilibrio tra il liberi tutti e l’obbligo dei ristoratori di diventare agenti dell’ex KGB, tenuto conto che chiunque, nel caso dovesse prendersi il virus in un locale pubblico (dimostrandolo) avrebbe titolo di intentare una causa per risarcimento contestando al titolare, eventualmente, il mancato rispetto delle adeguate misure di prevenzione. Uno scenario disastroso che il governatore del Piemonte Alberto Cirio vuole evitare il più possibile.

L’Emilia Romagna ha fatto uno scatto in avanti anche sulle distante di sicurezza eliminando vincoli geometrici (4 mq, 2 metri di distanza tra i tavoli) in favore di una più elastica “distanza tra le persone”. Qui si apre una grande discussione perché se il distanziamento sociale è rimasto molto ballerino nella prima fase del lockdown (1 metro minimo, meglio 1,5, oggi si parla già di 2 metri per una sicurezza maggiore), l’Emilia resta l’idea che 1 metro sia più che sufficiente. Distanza che, però, sarà anche inferiore se a sedersi al tavolo saranno persone dello stesso nucleo familiare.

D’altro canto l’Emilia Romagna, come molte altre regioni, parte dal presupposto che mamma, papà e due figli, che vivono insieme, dormono nella stessa casa, viaggiano sulla stessa auto, non rischiano un contagio maggiore a sedersi allo stesso tavolo del ristorante più di quanto non rischino nella loro cucina. E’ vero, però, che il ristorante è un luogo condiviso con molti clienti (anche se meno di prima per l’abbattimento tra il 30 e il 50% dei posti a sedere), quindi per le famiglie il potenziale rischio sarebbe insito nello stare in un ambiente condiviso, non allo stesso tavolo.

Basteranno le norme per vincere la paura del contagio?

Di certo il Piemonte dovrà normare in qualche modo l’installazione delle barriere in plexiglass o vetro tra i commensali, uno degli spauracchi dei ristoratori sia in termini di costi, sia in termini di approccio al servizio. Andare il ristorante dovrà, almeno fino a un certo punto, essere un piacere, ma la presenza di barriere e altri divisori non aiuterà a vincere il timore del virus e potrebbe convincere molti clienti a non frequentare più i locali per timore di essere esposti all’infezione. Qui non c’è norma che tenga e nessuno, neanche la Regione Piemonte potrà fare molto per contrastare le paure, razionali o meno, che i cittadini stanno affrontando dall’inizio dell’emergenza sanitaria.

Su una precauzione l’Emilia Romagna pare essere concorde con l’ISS: i buffet a self service spariranno e allo stesso tempo si implementeranno i menù digitali al posto di quelli cartacei e molto meno igienici.

Le linee guida sono molto chiare per quanto riguarda la pulizia dei locali, la loro santificazione e disinfezione che dovrà essere garantita almeno 2 volte al giorno, soprattutto nei bagni, sulle maniglie, sui pos delle casse, etc. Ovviamente le tovaglie dovranno essere cambiate a ogni cliente con l’igienizzazione dei tavoli.

I dipendenti dei ristoranti dovranno indossare le mascherine, i guanti, ma in Emilia non saranno sottoposti al controllo della temperatura da parte del datore di lavoro. L’auspicio è che tutti seguano le regole dei DPCM e si astengano dal raggiungere il luogo di lavoro in caso di febbre superiore a 37.5° o altri sintomi riconducibili al Coronavirus.

Entro oggi la bozza dell’ordinanza

“Analizzeremo i dati, parleremo con le associazioni di categoria, ma il nostro decreto sarà abbastanza similare a quello emanato in Emilia Romagna – spiega il vice presidente della Regione Piemonte Fabio Carosso che abbiamo contattato questa mattina – Da un lato ci sono le indicazioni molto restrittive date dalle linee guida dell’Inail, ma dall’altro dobbiamo anche mettere i ristoratori nella condizioni di poter lavorare serenamente sapendo di non dover rischiare, ogni giorno, cause su cause, da parte di dipendenti e clienti”.

Intanto il tempo stringe e la ripartenza si fa più difficile in assenza di linee guida chiare, semplici da tradurre nella realtà e, particolare non meno importante, non soggette a decine di interpretazioni che creerebbero ulteriori ritardi nell’applicarle con la conseguenza più scontata: migliaia di attività ancora chiuse per settimane o, nella peggiore delle ipotesi, per sempre.

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