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Rom ad Asti, campo chiuso in 2 anni?

Il Comune si affida all’associazione 21 Luglio per superare “la baraccopoli” di via Guerra. Secondo una prima stima il progetto costerà almeno 295.000 euro

Non più campo rom, ma da oggi baraccopoli. È con una certa attenzione anche alla semantica che Asti riprova, ancora una volta, a risolvere il suo rapporto con i residenti dell’ex campo nomadi di via Guerra. Nuovo approccio, nuovi partner, l’associazione 21 Luglio (referenti in Italia per la Commissione Europea) per arrivare entro 24 mesi a non avere più famiglie rom in una situazione di emarginazione e degrado sociale incompatibile con le più elementari norme di sicurezza e igiene. Entro il 31 dicembre 2024, questa è la previsione, il campo rom/baraccopoli di via Guerra non dovrebbe più esserci, ma prima c’è un percorso di lavoro che Carlo Stasolla, referente dell’associazione, ha voluto raccontare agli organi di informazione. A presentare il piano e i suoi step anche il dirigente dei Servizi Sociali Roberto Giolito. «Oggi in Italia abbiamo 111 campi rom di cui 22 in superamento ed è un dato di fatto che si sta andando in questa direzione. Il nostro intervento si concentrerà nel coordinare i lavori per il superamento della baraccopoli di via Guerra che ha inizio negli anni ‘90 con l’arrivo dei rom provenienti dalla Sardegna, in fuga dal conflitto dei Balcani».

Oggi sono 108 le persone che vivono nella baraccopoli: 61 adulti e 47 minori che rappresentano il 44% del totale. Ci sono 27 nuclei con composizione media di 4 persone e si contano 18 minori fino a 3 anni, 31 in età scolare più 4 adulti disabili. In totale l’età media dei residenti nel campo rom si attesta a 18,44 anni a fronte di una media astigiana di 47,4.

Il piano per il superamento

Tutti coloro che hanno provato a chiudere il campo rom fino ad oggi non ci sono riusciti sia a causa dei costi che bisogna sostenere, sia perché il tessuto sociale cittadino è molto impermeabile nel rapportarsi con le famiglie di ex nomadi. Dall’affittare loro una casa, a dare un lavoro alle nuove generazioni (che comunque, dopo le scuole medie, molto spesso abbandonano l’istruzione per fare altro), l’integrazione è molto difficile, ma è proprio attraverso specifici step che 21 Luglio intende portare avanti il superamento della baraccopoli. Per farlo punta a due strade: l’abbandono dell’approccio etnico e l’utilizzo di un modello partecipativo. Tutto questo evitando modelli calati dall’alto dove c’è una singola persona che decide, o formule ritenute sbagliate come la concessione di case popolari a patto che i minori vadano a scuola. «Non esistono politiche sociali dove una famiglia non accede a una casa popolare perché non manda i bambini a scuola – sottolinea Stasolla – Se non lo fa, ci sono strumenti che valgono per tutti». Ma serve anche più trasparenza sulle politiche attuate, una sorta di report di ciò che ha funzionato e ciò che non ha sortito gli effetti sperati.

Quanto costerebbe?

Per quanto riguarda i costi per superare la baraccopoli di via Guerra è ancora presto per averli nel dettaglio, sebbene una prima indicazione di massima sia già stata fornita dallo stesso Stasolla. Il coordinamento da parte di 21 Luglio è pro bono, poi c’è il costo di una equipe operativa, composta da un assistente sociale full time e un’educatrice part-time, per un totale di 133.000 euro. Si aggiunge il finanziamento delle azioni di inclusione sociale per almeno 162.000 euro. In totale 295.000 euro che il Comune dovrebbe recuperare dal bilancio. «Dal 2018 ad oggi in Italia sono stati 26 i campi superati – precisa Stasolla – e noi abbiamo seguito molte di queste azioni. Abbiamo fatto una stima di quelli che possono essere i costi pro capite e si arriva a questa cifra che il Comune voleva per un’idea di massima. Chiaramente non sappiamo con esattezza quanto costerà perché va fatto tutto un processo di comprensione di quelle che sono le risorse delle persone».

Da 18 a 24 mesi per chiudere

Ma per quanto riguarda le certezze sui tempi di chiusura? «In genere – aggiunge il referente di 21 Luglio – 18 o 24 mesi sono tempi congrui per superare l’insediamento. La data è molto importante anche come messaggio alla città e alla comunità rom per dire che, comunque sia, per quella data il campo non ci dovrà più essere. Vuol dire iniziare a ragionare sui tempi dell’obiettivo. Sono assolutamente convinto che se si seguirà con successo le diverse azioni penso si possa anche procedere prima».

«Rispetto al metodo utilizzato in passato, abbiamo avuto il piacere di rincontrare 21 Luglio e con loro immaginare che si potesse fare un percorso insieme dal momento che hanno molta esperienze in altri campi sparsi in tutta Italia» osserva il sindaco Rasero confermando la ferma intenzione di affrontare il discorso “rom” partendo da una nuova prospettiva.

[sotto una veduta aerea del campo rom, foto Verrua]

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