Marylin Chignet
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Serial killer, scomparsi e atroci delitti: ecco la youtuber astigiana che ricostruisce i più efferati omicidi degli ultimi decenni

Sabrina Carollo vive in Francia e con il nome d’arte di Marylin Chignet ha creato una community di oltre 26.700 iscritti nella quale parla di casi criminali con un occhio alla psicologia dei colpevoli

«Chiudete bene le porte e fate attenzione al vostro entourage. Tra di loro potrebbe in effetti nascondersi il vostro futuro assassino». Con queste parole si chiudono numerosi video di Marylin Chignet, al secolo Sabrina Carollo, 30 anni, astigiana doc, ma da quasi 11 anni residente in Francia. Per capire come e perché Sabrina sia “diventata” Marylin Chignet e sia riuscita a creare sul suo canale “true crime” una community con oltre 26.700 iscritti, bisogna fare più di un passo indietro. 

Da quanto tempo vivi in Francia e perché ti sei trasferita a Nice?

Sono arrivata in Francia, a Nice, a settembre del 2011 dopo il liceo. Volevo fare studi scientifici qui e ho frequentato il corso di laurea triennale in Geologia. Poi, dopo la laurea, mi sono trasferita a Parigi per fare il master in Planetologia ed esplorazione spaziale. Volevo studiare la geologia degli astri, dei pianeti e dei satelliti naturali. Comunque la mia intenzione era anche quella di viaggiare, dopo essere stata a lungo a Nizza Monferrato. Qui a Nice avevo già mia cugina e degli amici, così dopo il liceo sono partita e ho piantato radici da queste parti.

Qual è il tuo lavoro?

Premetto che sono molto contenta di aver fatto i miei studi, pur sapendo che difficilmente avrei fatto quello di mestiere. Ho potuto lavorare da stagista all’osservatorio di Nice per due anni. Subito dopo gli studi ho deciso di mettere su famiglia e di avere un bambino. Mi sono fermata due anni, ma poi ho lavorato come ingegnere informatico. Un lavoro carino, ma fare la stessa cosa, ogni giorno, non mi appartiene. Nel frattempo ho iniziato a creare una società tutta mia come web agency, creo applicazioni e mi occupo di montaggi video per altre società o aziende.

Tu sei una moglie, mamma, imprenditrice, ma hai anche un grande interesse per i crimini e le indagini. Studi e approfondisci i più controversi casi della storia criminale, senza trascurare i meno noti, e lo fai raccontandoli con estrema cura sul canale YouTube Marylin Chignet. Com’è nato questo interesse così particolare?

Ho aperto il mio canale su YouTube a ottobre 2019 perché, già da tempo, seguivo sia canali stranieri sia italiani su questi temi. A quei tempi guardavo il canale di “Assi di picche” e i video della youtuber Victoria Charlton, in francese. Si tratta di argomenti che ho sempre trovato interessanti, ma non tanto per la parte macabra o il crimine in sé. A interessarmi è la dinamica dietro al caso, la psicologia che emerge dalla storia. Perché una persona può arrivare a commettere un tale atto? Nei miei video tento di ricostruire la vita della vittima e del criminale, quello che spesso chiamiamo mostro. In tanti appellano gli assassini come “mostri”, “belve”, “pazzi”: io non giustifico i criminali, è chiaro, ma voglio cercare di capire perché hanno compiuto questi gesti.

È risaputo che ogni assassino ha una storia alle spalle che può in parte spiegare perché abbia ucciso. È così?

Alla base siamo tutti uguali, ma con vite che hanno preso svolte diverse tra loro. Ci sono persone che sono cresciute senza genitori, altre che sono state adottate, altre ancora che hanno subito abusi da bambini. Persone che hanno avuto un’infanzia bellissima, ma che alla fine hanno compiuto crimini atroci. È proprio questa la parte più curiosa che ho notato anche in molte storie di serial killer: a seconda della tipologia di crimine è possibile constatare che l’infanzia di queste persone è molto, molto simile.

Puoi farmi qualche esempio?

Le persone che commettono crimini sessuali nei confronti di donne hanno avuto problemi relazionali con la madre, assente, che magari si prostituiva e che portava uomini in casa pronti a trattare in maniera violenta questi figli. Oppure sono persone che sono state abbandonate dalla madre. È possibile notare un filo conduttore tra crimine e infanzia. Prendiamo ad esempio il serial killer Ted Bundy (soprannominato il killer delle studentesse ndr), una persona molto intelligente, che avrebbe potuto avere un futuro da politico o da avvocato. Anche lui ha avuto un’infanzia terribile e il suo percorso di vita l’ha segnato senza dubbio. Certo, per fortuna non tutti coloro che hanno vissuto infanzie difficile diventano serial killer.

Raccontando queste storie inviti a prestare attenzione alle dinamiche che tutti giorni determinano i rapporti nelle famiglie, tra genitori e figli, perché questo può influire sugli eventi futuri in maniera determinante.

Sì, chiedo di riflettere su quello che si fa in casa con i figli, perché tutte le azioni hanno conseguenze e alla fine cerco di far riflettere chi mi ascolta con una domanda: quale futuro avrebbe potuto avere un assassino se non avesse avuto l’infanzia che l’ha segnato in quel modo? Se non avesse subito eventi traumatici? Sarebbe diventato una persona come noi?

Qual era il caso che hai trattato nel tuo primo video?

È il caso di Lacey Spears, una madre, molto probabilmente affetta dalla Sindrome di Munchausen che ha avuto un bellissimo bambino. Fin da piccolo questo figlio aveva delle malattie e la mamma pubblicava su Facebook continua aggiornamenti sul suo stato di salute. Un giorno il bambino muore in ospedale e nessuno capisce il perché. Ebbene, poi si è scoperto che la madre gli somministrava dosi letali di sodio che l’ha portato alla morte. Da mamma ho visto questo bambino in difficoltà, che ha un problema; un bimbo che mi ha fatto una tenerezza incredibile e mi sono posta tante domande su questa madre che è arrivata a uccidere suo figlio. Commettere un crimine su una persona che non si conosce può capitare a tutti, ad esempio spingendola per terra così forte che batta la testa, morendo. Ma una madre che per anni crea le condizioni per nuocere a suo figlio è qualcosa di inconcepibile.

C’è un caso che ti ha fatto nascere il dubbio se raccontarlo su YouTube?

Molti casi mi hanno sconvolta, ma quello che mi ha fatto più male è la storia di una bambina francese, di circa 4 anni. C’erano tutte le basi per poterla salvare perché aveva lividi sul corpo, ecchimosi visibili, la famiglia era seguita dai servizi sociali, la maestre non potevano non accorgersi di quello che le stava accadendo, ma nessuno ha segnalato alle autorità che ci fosse qualcosa di strano in quella famiglia. Solo una maestra ha tentato di fare qualcosa, ma è arrivata tardi. Questa bambina era vittima di abusi da parte dei genitori, picchiata, martirizzata e qualche ora prima della sua morte i genitori hanno avuto il coraggio di spogliarla, bagnarla con acqua fredda e gettarla nello scantinato di casa. Bene, questa bambina, in quel momento, poche ore prima di morire in quello scantinato ha avuto il coraggio di augurare la buonanotte a suoi genitori dicendo loro “vi voglio bene”. Sono state le sue ultime parole prima di morire al freddo, da sola, nuda, in cantina.

Questo sembra essere il caso di un bambino che non è stato ascoltato.

Sì, è così. In questo vicenda ci sono passati molti insegnanti, assistenti sociali e perfino il medico della scuola, ma nessuno ha saputo aiutare questa bambina strappandola al suo destino. Ricordiamoci che i bambini sono indifesi e tocca a noi proteggerli, iniziando ad ascoltarli quando parlano.

Quando si parla di serial killer non si può non citare il più famoso di tutti, Jack lo Squartatore. Tu non ne hai ancora parlato su YouTube, perché?

Quello di Jack lo Squartatore è un caso che conosciamo tutti, un po’ come quello del Mostro di Firenze o di Zodiac. Non ho mai trattato la sua storia perché preferisco raccontare storie poco conosciute, che non girano su YouTube Italia. Desidero portare casi nei quali vi sia una grandissima componente psicologica, tante informazioni sulla psicologia degli individui, come nel caso di Aileen Wuornos, una delle più famose serial killer americane su cui hanno anche girato il film Monster del 2003. Però nel film c’è pochissimo del suo passato, mentre si parla molto dei delitti. Io, nei miei video, cerco di parlare poco dei dettagli macabri, per rispetto delle vittime e di chi mi ascolta. Per questa storia di Aileen ho parlato 25 minuti della sua vita prima dei crimini e sono rimasta particolarmente contenta di come le persone abbiano reagito a questo video. Tutti credevamo che fosse un mostro perché la conoscevamo solo per i suoi crimini, ma anche lei ha subito di tutto nel suo passato e un po’ fa pena. Anche sulla condanna a morte in molti si sono espressi dicendo che l’avrebbero condannata all’ergastolo, ma non l’avrebbero giustiziata.

Quanto è difficile indagare su un caso di omicidio al di là di quello che ci fanno credere le serie tv dove si risolvono casi, anche molto distanti nel tempo, nel giro di pochi giorni?

Credo che tutto dipenda dal tipo di caso su cui si indaga. Un serial killer è molto più difficile da trovare anziché un marito che uccide la moglie. All’inizio di una indagine si inizia a capire se nell’entourage ci possa essere qualcuno che possa aver compiuto il crimine. Per questo, spesso, quando una persona viene uccisa si pensa subito al marito o alla moglie, poi amici ed eventuali amanti. I casi di serial killer sono più complicati, perché l’assassino non conosce le vittime e spesso agisce d’impeto. È quindi più difficile ritrovare la persona che si cerca e fare la connessione tra il colpevole e le vittime, magari lasciate a centinaia di chilometri di distanza. Dennis Rader, meglio noto come lo Strangolatore BTK, risollevò l’attenzione sui suoi crimini, consumati molto tempo prima, inviando delle lettere alla polizia. È stato acchiappato perché sottovalutò questa sua volontà di farsi ricordare e di non voler far dimenticare i suoi crimini.

Eppure ci sono serial killer che diventano icone, che sposano un loro fan. Ad esempio Charles Manson, uno dei più spietati ad aver agito negli Stati Uniti. È davvero possibile innamorarsi di un mostro?

Sì, ed è quella che viene definita la sindrome dell’infermierina. Spesso si tratta di donne perché la maggior parte dei serial killer più famosi è composta da uomini. Sono donne che pensano e che hanno voglia di stare con un uomo cattivo per cercare di cambiarlo. È questa la sindrome della crocerossina. Molti serial killer ricevono tantissime lettere da molte donne che vorrebbero sposarli, stare con loro. Ma credo che anche in questo caso bisognerebbe valutare i trascorsi di queste donne che potrebbero spiegare il motivo per cui si innamorano di spiegati assassini.

Quali sono le fonti che utilizzi per creare i testi dei tuoi video? Quanto lavori a un video prima di pubblicarlo?

Dipende da caso. Cerco su internet, acquisto spesso libri sul genere crime dove ci sono raccolte di storie, ma anche i testi scritti dalle stesse vittime. Ma ci sono casi nei quali esistono fonti talmente diverse che meritano un’attenta analisi, come nel caso di una bambina scomparsa in Australia, che si chiamava Azaria Chamberlain, uccisa da un  dingo. La madre fu processata e condannata perché pensavano fosse stata lei a ucciderla. Andò anche in prigione, ma poi fu scagionata. Scrisse un libro raccontando la sua versione dei fatti. Anche il padre scrisse un libro sul caso, raccontando un’altra storia e in rete esistono versioni ancora differenti. Il bello è raccogliere queste informazioni e raccontare la verità, le diverse teorie sul caso, ma per fare questo a volte lavoro su un episodio anche per settimane.

Tuo marito di aiuta in questo tuo hobby? Anche lui ha la passione per le storie di crimini efferati?

No, no. Anzi, all’inizio era un po’ scettico su questo progetto. Non gli è mai interessato questo tema. Anche lui mi chiedeva perché raccontassi queste storie, ma dopo un po’ ha capito quali fossero le mie intenzioni. Comunque non reputo strana questa mia passione. Ma con il tempo si è appassionato anche lui e oggi mi suggerisce storie da raccontare, soprattutto avvenute in Francia.

Mi dici come nasce il nome di Marylin Chignet con cui ti conoscono i tuoi numerosi follower?

Non l’ho mai detto a nessuno, ma diciamo che è un po’ un alter ego. Da giovane io ero una persona molto timida, molto riservata e che avevo la paura di dire ciao. Quando cercavo di fare un qualcosa fuori dal mio ordinario, ad esempio creare un mio spazio sul web, non osavo mettere il mio nome. Un giorno, connettendomi a Second Life, un gioco di realtà virtuale che si ispirava alla vita reale, ho trovato un generatore di nome e cognome: ho cliccato per avere un nome ed è uscito Marylin, un nome che mi è sempre piaciuto. Poi ho cliccato ancora per scegliere il cognome ed è venuto fuori Chignet. Mi è piaciuto subito e me lo sono tenuto perché era un’altra persona che mi dava il coraggio di fare qualcosa.

Guadagni molto con la monetizzazione dei video che pubblichi su YouTube?

Per poter attivare la monetizzazione bisogna avere 1.000 iscritti e 4.000 ore di visualizzazioni durante l’anno. Per il primo anno e mezzo non ho monetizzato, ma oggi ho un guadagnato di cui sono contenta, anche se chiaramente non potrebbe ancora essere un primo lavoro. Anche se lasciassi la mia occupazione per fare solo questo dovrei pubblicare un video al giorno, ma facendo tutto da sola, dalle ricerche alla scrittura, dalla registrazione al montaggio non ce la farei a stare dietro a tutto. Avrei bisogno di uno staff con costi molto importanti.

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