Si incontravano fuori dal casello Asti Est. Arrivavano da Palermo e venivano accolti da due fratelli che vivono a Loazzolo e Santo Stefano Belbo. Anche loro fanno parte della banda che portava via bottini da centinaia di migliaia di euro: miravano non solo alle casse, sequestrando clienti e impiegati, ma anche le cassette di sicurezza. Le auto usate venivano poi abbandonate in campagna…
Cera un luogo dincontro che ricorreva sempre prima di ogni sopralluogo o partenza per una rapina: il piazzale del distributore che si trova alluscita del casello Asti Est. Quello era il ritrovo della banda di rapinatori siciliani sgominata dai carabinieri della Compagnia di Alba sulle loro tracce da diversi mesi. Si tratta di tredici uomini, tutti originari di Palermo, che, fra frequentazioni carcerarie e passaparola si sono messi insieme per portare a termine una serie di rapine finite tutte con bottini molto consistenti. Perché la scelta di Asti come base? Intanto perché la nostra città si trovava in posizione strategica sia per gli arrivi dei banditi che per gli obiettivi scelti per i colpi. E poi perché sono residenti nellAstigiano due fratelli arrestati durante loperazione dei carabinieri.
Gran parte dei rapinatori vivevano a Palermo e facevano i pendolari del crimine, spostandosi ogni volta in automobile oppure in nave fino a Genova o in aereo fino a Linate o Malpensa dove i complici astigiani e torinesi andavano a recuperarli e si incontravano tutti ad Asti, sulla piazzola fuori dal casello. Di lì poi la banda si spostava nellAlessandrino, nel Pavese o nel Cuneese, quasi sempre alla volta di banche. Stesso il modus operandi per ogni colpo: sceglievano il pomeriggio, mezzora prima della chiusura della banca in modo da non avere via vai di clienti. Agivano tutti insieme, entrando nelle banche come un corpo darmata muniti di un carrello portautensili dentro il quale avevano accuratamente sistemato tutti gli attrezzi che servivano per scassinare casse e cassaforti. Ma non solo.
Appena entrati sequestravano immediatamente clienti ed impiegati che neutralizzavano legando loro i polsi con fascette in plastica (anche queste portate dietro nel carrello) e, in alcuni casi, tenendoli sotto la minaccia di pistole. Altri componenti della numerosa banda mirava alle cassette di sicurezza che venivano scassinate con piedi di porco e altri utensili usati con competenza e molta calma. Svuotate le cassette del loro contenuto in oro, preziosi e soldi, i banditi se ne andavano via sulle auto che avevano precedentemente rubato e che, solo in un secondo tempo, avrebbero abbandonato in aperta campagna. Di grandissimo valore i loro bottini: solo nellultima rapina, quella alla Bre di Neive, se ne sono andati via con 63 mila euro in contanti oltre ad oro e preziosi per altri 200 mila euro circa.
Gli astigiani coinvolti nelloperazione che i carabinieri hanno chiamato Johnny Stecchino (perché, come nel noto film di Benigni, i malviventi parlavano tra loro al telefono in dialetto palermitano), sono i fratelli Sergio e Nicola Rulli, il primo di 48 anni residente a Loazzolo, il secondo di 52 anni residente a Santo Stefano Belbo, appena al di là del confine della provincia. «Le indagini non sono ancora finite ha commentato il capitano Nicola Ricchiuti, comandante della Compagnia Carabinieri di Alba- perché stiamo passando al setaccio altre rapine portate a termine con lo stesso modus operandi».
Daniela Peira