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Caporalato in vigna: la Guardia di Finanza di Canelli arresta una donna per sfruttamento del lavoro

Reclutati trenta stranieri senza fissa dimora, fatti lavorare per una miseria e alloggiati in case fatiscenti e sporche

Tutti braccianti stranieri

Reclutavano fra gli ultimi degli ultimi, li usavano per i lavori in campagna e li pagavano una miseria. Tenendosi anche i soldi per le spese di trasporto nelle vigne, per vitto e alloggio in case fatiscenti con pranzi magri.

Uno spaccato di caporalato in vigna nel sud della provincia di Asti sul quale ha squarciato il velo la Guardia di Finanza, nello specifico la Tenenza di Canelli.

Doppia cittadinanza dell’arrestata

Al centro di una vasta rete di braccianti sfruttati c’era una donna con la doppia cittadinanza italo-albanese che aveva reclutato e sfruttava una trentina di braccianti agricoli fra connazionali, africani, cingalesi, indiani.

Ad aiutarla c’erano tre suoi connazionali albanesi che facendo spesso ricorso a intimidazioni e minacce andavano a cercare i più bisognosi nei posti che accolgono i più disperati: rifugi improvvisati, ex stazioni ferroviarie, giardini pubblici, la Caritas di Canelli.

Utilizzati per lavori in vigna

I malcapitati venivano impiegati in aziende agricole della Valle Belbo, della Valle Bormida e in altre zone ai confini con la provincia di Cuneo, prevalentemente per lavori in vigna.

Le Fiamme Gialle hanno sottolineato che non si trattava solo di sfruttamento lavorativo, ma i braccianti vivevano sotto una costante sudditanza psicologica che ne faceva di loro persone nella totale disponibilità della donna.

11 ore di lavoro per neanche 6 euro l’ora

Lavoravano fino a 11 ore al giorno per 6 euro l’ora, senza regolarizzazione di alcun tipo. E quando era ora di tirare giù i conti, alla già misera paga la donna sottraeva ingenti somme a titolo di vitto e alloggio.

Il vitto era poco e di scarsa qualità. L’alloggio era ricavato in dimore fatiscenti e insalubri dove i braccianti erano costretti a dormire su materassi appoggiati direttamente a terra con spazi ridotti e un unico bagno per tante persone anche di sesso diverso.

Controllati e minacciati

I braccianti erano costantemente controllati dai “caporali” addestrati dalla donna e venivano portati sui luoghi di lavoro impartendo ordini e assegnandoli agli imprenditori agricoli che pagavano l’albanese. Gli imprenditori agricoli sembra fossero all’oscuro del trattamento economico ed umano riservato ai loro lavoranti.

Tutto questo fino a quando i finanzieri di Canelli non si sono accorti di questo giro di sfruttamento del lavoro e, coordinati dal pm Dentis, hanno seguito oltre un anno di indagini prima di arrivare all’arresto della donna eseguito questo mattina con l’aiuto dei colleghi del Comando di Asti. Le sono state sequestrate anche tre autovetture.

Si indaga anche su un altro giro di sfruttamento

Secondo un primo accertamento, l’arrestata avrebbe evaso circa 75 mila euro in termini di paga oraria e di contributi. Questo solo per quanto riguarda questo gruppo di trenta braccianti, perché la Finanza sta compiendo ulteriori indagini in danno di un atro ingente gruppo di 82 lavoratori sempre gestiti, con le medesime modalità, dalla donna.

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