«Chi sa parli, anche in forma anonima»
Cronaca

«Chi sa parli, anche in forma anonima»

Esattamente un anno fa ad Isola, tre colpi di fucile freddavano, in una sera di sabato, Luigi Di Gianni, 53 anni, meglio conosciuto come “Gino di Foggia”, contitolare di un locale notturno a

Esattamente un anno fa ad Isola, tre colpi di fucile freddavano, in una sera di sabato, Luigi Di Gianni, 53 anni, meglio conosciuto come “Gino di Foggia”, contitolare di un locale notturno a Strevi. Una vera e propria esecuzione, portata a termine da un assassino che aveva atteso in strada la sua vittima e l’aveva sorpresa mentre caricava sull’auto le cose da portare al night. Un’esecuzione fulminea, senza scampo, alle spalle di Di Gianni che è morto poco dopo fra le braccia della compagna, unica parziale testimone dell’accaduto. E proprio lei, Angelica, da un anno chiede incessantemente giustizia per l’omicidio. Si è fatta parte attiva, forse persino troppo, in questa ricerca della verità. «Io voglio solo sapere chi e perchè -racconta al giornale- non sono in cerca di vendetta né di chissà quale pretesa. Voglio conoscere perchè il mio compagno è stato ucciso, voglio conoscere chi ha premuto il grilletto e chi gli ha dato l’ordine di farlo, visto che sono convinta che dietro a questo omicidio ci sia qualcuno, forse più di una persona».

Angelica nei giorni successivi all’omicidio si è presentata più volte in Procura per raccontare tutto quello che ricordava di quei tragici momenti e spesso si è presentata spontaneamente per riferire qualche particolare che riaffiorava alla mente. «Ma non riesco a ricordare il volto di quell’uomo, solo la sua corporatura» ammette sconsolata ad un anno di distanza. La donna non si è limitata a frugare nella sua mente alla ricerca di dettagli che potessero aiutare gli inquirenti. Più volte è tornata nella casa di Isola in cui viveva con Gino, alla stessa ora, con la stessa luce, per ripercorrere quanto accaduto e sperare così di far riaffiorare altri ricordi. Ha girato per strade e stradine intorno alla ricerca di qualche indizio, di vie di fuga, di qualcosa dimenticato dall’assassino. Poi la raccolta di informazioni da amici, colleghi, conoscenti di Gino per risalire ad un movente, a chi poteva avercela con lui a tal punto da ucciderlo. Ogni volta che veniva a sapere qualcosa di nuovo, lo riferiva agli inquirenti.

«E’ passato un anno e non c’è ancora un colpevole. Un anno è tanto, ho paura che tutti si dimentichino, le prove svaniscano e non si arrivi a nulla -è il suo amaro commento- In Procura ho sempre trovato persone disponibili e attente a ciò che avevo da dire, gentili e professionali, ma la risposta è sempre la stessa: “stiamo lavorando, abbia pazienza”. Io capisco che Gino frequentasse ambienti difficili, ma l’omicidio è maturato ad Asti e questa è una città piccola, dove tutti si conoscono: possibile che non si riesca a tirare fuori qualcosa di più dalle indagini?». Angelica, donna battagliera e coraggiosa, non riesce a darsi pace dell’omicidio del suo compagno di vita ma anche dei comportamenti di quelle che erano le persone più vicine alla coppia prima dell’omicidio. «Quando è capitato li avevo tutti intorno e tutti mi offrivano aiuto e promettevano che sarebbero andati in Procura a dire tutto quello che sapevano della vita di Gino -racconta Angelica- poi sono spariti tutti. Non riesco a comprendere come mai solo più a me e a pochi altri interessi veramente che sia fatta giustizia su questa morte. Per la maggior parte delle persone che Gino ha frequentato e aiutato, la sua scomparsa è già stata dimenticata».

Ed è ancora lei che si assume la responsabilità di un appello: «Chi sa qualcosa, qualunque cosa, si rivolga alla Procura, ai carabinieri o alla polizia. Anche in forma anonima, ma si faccia avanti». Perchè, conclude Angelica: «Mica si può sparire così dalla faccia della terra senza che nessuno se ne occupi».

Daniela Peira

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