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Codice Rosso sulle violenze alle donne: parlano due “addette ai lavori”

Sono gli avvocati Francesca Maccario e Rossella Gligora, legali del Centro Antiviolenza L'Orecchio di Venere di Asti. Le loro considerazioni sulla nuova legge

Legali del Centro Antiviolenza

Il “Codice Rosso” entrerà in vigore il 9 agosto e da quel giorno diventerà uno strumento di lavoro quotidiano per Francesca Maccario e Rossella Gligora (nella foto), gli avvocati del Centro Antiviolenza L’Orecchio di Venere di Asti.
Sono loro, spesso, il primo “volto della legge” incontrato dalle donne che si rivolgono agli sportelli del Centro per porre fine ad angherie, soprusi, violenze ed umiliazioni in casa.

Come giudicate la nuova legge?

Grande apprezzamento viene riconosciuto alle misure di prevenzione contenute: dall’obbligo di formazione delle forze di polizia (ricordando che ad Asti un corso specifico è già stato tenuto da tutti i comandanti di stazione dei carabinieri della provincia proprio con le esperte dell’Orecchio di Venere) alla sospensione condizionale della pena del maltrattante subordinata alla sua accettazione a frequentare percorsi di recupero. E poi ancora un punto importante: l’obbligo di informare la persona offesa e il suo difensore della eventuale richiesta di scarcerazione o revoca della misura cautelare dell’aggressore. Una circostanza che, pur riaccendendo i timori nella vittima, le consente di prendere eventuali precauzioni per evitare incontri potenzialmente pericolosi.
Noi e il resto dello staff del centro antiviolenza siamo costantemente in pensiero per le donne perseguitate e abbiamo paura che possano essere avvicinate, aggredite o, peggio ancora, uccise dai loro ex.

C’è spazio anche per le critiche?

Il limite dei tre giorni entro i quali la parte offesa va interrogata non è detto che sia così favorevole alla vittima. In presenza di violenze ed aggressioni serve un periodo di sedimentazione e di presa di coscienza di quanto accaduto: non tutte le donne sono pronte, dopo appena tre giorni, a parlarne e a raccontare la loro personale storia di dolore.
Certo ogni caso è diverso e comprendiamo lo spirito della legge, ma la nostra esperienza ci lascia un po’ perplesse su questa disposizione.

Cosa manca in questa legge?

Una maggiore considerazione del ruolo dei centri antiviolenza, i veri “ponti” fra le donne maltrattate, le forze dell’ordine e gli enti assistenziali che le prendono poi in carico.
I centri come L’Orecchio di Venere sono presenze costanti nella “storia” di una donna maltrattata e sono sempre presenti nel percorso che va dalla denuncia ad una vita “ricostruita” oltre la violenza e meritavano una maggiore attenzione.

Voi vi occupate dell’aspetto legale delle donne vittime di violenza e di accompagnarle nel lungo percorso che segue la denuncia fino al processo. Quali sono le difficoltà maggiori che incontrano?

In verità molte donne ritirano la denuncia prima di arrivare ad un processo e collaborano per addivenire ad un accordo. E questo non per sminuire quanto accaduto ma perché per le donne l’importante è interrompere la spirale della violenza ed uscirne, non interessano vendetta o rivalsa.
E poi lo vedono come padre dei loro figli e, anche in questo caso, sono loro ad essere messi davanti a tutto e tutti. Spesso le donne sopportano a lungo le angherie perché, soprattutto se non lavorano, credono ai mariti che le minacciano di togliere loro i figli. Anche se sono in aumento i casi in cui le donne si decidono a sporgere denuncia su richiesta dei figli che riconoscono la violenza in casa e, chiedendo alla madre di agire, la “sollevano” dalla responsabilità di questo gesto.
I figli sono il motore di ogni decisione di una donna.

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