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maestri di carità in Perù
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Cisterna: Fiorella e Cristiano
maestri di carità in Perù

La coppia, con tre figli, vive e lavora a Chacas per un “senso di dovere”. «Credo nell’esempio che possiamo dare come famiglia, mettendo in pratica ciò che dice l’operazione Mato Grosso: donare la vita, sporcarsi le mani in prima persona…

Vivere come esempio cercando di insegnare la carità: è la storia di una coppia, Fiorella Olivetti e Cristiano Talabra, infermiera e medico, lei originaria di Cisterna e lui di Priocca. Hanno tre bambini piccoli, lavorano e vivono a Chacas, nella parte centro-est del Perù, dove il salesiano Padre Ugo de Censi, insieme ai volontari Mato Grosso, alla fine degli anni ’70 ha svolto un ruolo fondamentale costruendo l’ospedale e le scuole.

Già in famiglia Olivetti si respirava aria di OMG: nel 1998 Cristiano conosce il Perù, Fiorella il brasile nel 2002. «Poi l’entusiasmo, cresce, in gruppo – raccontano i Talabra – nel 2008 abbiamo deciso di fare qualcosa sul serio per gli altri, di concreto. Siamo partiti per restare». Con qualche esperienza professionale già praticata in Italia, si portano dietro il desiderio di darsi alla gente. «Non riesco a starmene lì tranquillo – racconta Cristano – non è passione per la povertà, è senso di dovere. Credo nell’esempio che possiamo dare come famiglia, mettendo in pratica ciò che dice l’operazione Mato Grosso (presente in Perù con 60 “case”): donare la vita, sporcarsi le mani in prima persona. Noi siamo in cammino per un fine educativo».

La parola d’ordine è insegnare a seminare: a Chacas dove non c’era nulla, ora c’è l’ospedale Mama Ashu (la Vergine assunta) il più bello possibile: «E’ stato fatto così perché Padre Ugo voleva che la gente avesse il meglio almeno prima della morte», prosegue il medico.
Cristiano e Fiorella, così come i medici e la direttrice dell’ospedale, non percepiscono stipendio: vivono in una casa in pietra nel villaggio, mangiano di ciò che produce la comunità e, in parte, con gli aiuti, con ciò che arriva nei container: «I soldi non si toccano, sono tutti per l’ospedale, per la gente del posto».

Là il da fare non manca e le distanze si moltiplicano sulle Ande: Chacas, 4870 metri d’altitudine dista 12 ore da Lima e 4 dalla città più vicina, Huaraz, attrezzata per le operazioni. Si vive in “caserios”, intorno al pueblo, il paese. Ci sono le scuole, il livello di scolarità è basso. L’assistenza sanitaria garantita – il seguro integral – è minima (le cure sono un lusso per pochi). L’ospedale ha 40 letti: i 4 medici, tutti volontari (non ci sono turni), visitano 100 persone al giorno e gestiscono le urgenze. All’interno c’è anche una farmacia, un laboratorio analisi, delle incubatrici, una sala parto.

Lo scopo è agire su più fronti: c’è un oratorio, si costruiscono le case, si producono coppi per i tetti, s’imparano mestieri, si lavora la terra e si allevano gli animali. Un compito importante, di cui si occupa Fiorella, è quello di distribuire i viveri alle famiglie stroncate dall’abbandono, dall’abuso di alcool e dalla miseria: l’aiuto per ogni nucleo consiste in 4 kg di pasta, 2 di farina, 2 di zucchero, 2 di riso, un litro d’olio e 4 scatolette di cibo secco. «Siamo contenti di stare là – dicono i Talabra – ma è dura, i ritmi sono senza sosta, finché riusciamo proseguiamo, noi andiamo avanti».

Roberta Arias

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