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imbianchini. Il Pm: condanna a 13 anni
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Legò e ferì con la pistola uno dei due
imbianchini. Il Pm: condanna a 13 anni

«Nel giardino di quella villa si è consumato un fatto gravissimo». Con queste parole il pm Tarditi ha giustificato la richiesta di condanna a 13 anni e mezzo al termine della sua requisitoria nelle battute finali del processo a carico di Antonino Pettinato. L'uomo, impresario 65enne di Tigliole, è a processo per duplice tentato omicidio, sequestro di persona e lesioni gravissime. Una famiglia inossidabile: questa estate il figlio si era incatenato al tribunale per ottenere la scarcerazione del padre…

Pesantissima la condanna chiesta dal pm Tarditi al termine della sua requisitoria nelle battute finali del processo a carico di Antonino Pettinato, 65 anni, impresario di Tigliole. Tredici anni e mezzo per duplice tentato omicidio, sequestro di persona e lesioni gravissime.

In aula, ieri, prima della discussione, l’imputato ha reso dichiarazioni spontanee in cui ha raccontato la sua versione dei fatti: la richiesta ai due imbianchini di venire a fare lavori a casa sua, la sparizione dalla sua camera di una busta contenente circa 5 mila euro in contanti, le richieste sempre più pressanti per la restituzione, la loro immobilizzazione con la corda («ma solo perchè avevo paura che mi aggredissero» ha detto) e quel colpo di pistola partito «accidentalmente» e che ha colpito uno dei due alle mani, provocando fratture e lesioni.

«Una versione a dir poco puerile quella fatta dall’imputato – ha detto Tarditi – che invece è persona dalla forte personalità, sia in ambito famigliare che nei rapporti con il mondo esterno». Un uomo, secondo la pubblica accusa, che quel giorno ha perso le staffe e in un crescendo di violenza e di inaudita ferocia, ha tenuto i due uomini per oltre due ore in sua completa balia fino a quando l’arrivo dei figli non ha evitato il peggio.

Mentre sulle lesioni dovute al colpo di pistola e sulla privazione della libertà anche la difesa è concorde, è sull’accusa di tentato omicidio che si è giocata gran parte del processo.
Per il pm la legatura di collo e mani dietro la schiena, (pur non potendo essere classificato tecnicamente come “incaprettamento”), considerando le condizioni psicofisiche dei due malcapitati, il fatto di essere già stati percossi e lo stato di panico, avrebbe potuto portare ad una conclusione ben più tragica di quanto non sia accaduto. «Nel giardino di quella villa si è consumato un fatto gravissimo – ha concluso Tarditi – e per questo ritengo che la condanna a 13 anni e mezzo sia la pena adeguata».

La pistola usata per le minacce e dalla quale è partito il colpo che ha colpito uno dei due decoratori non è mai stata trovata, Pettinato ha fatto sparire tutte le tracce di sangue nel giardino e sulla pavimentazione esterna, spariti anche i lacci usati per legare i due e durante la sua detenzione ha passato un biglietto alla famiglia in cui dava suggerimenti su come comportarsi visto che erano sicuramente sotto intercettazione.

Concordi nel chiedere la penale responsabilità di Pettinato anche i due avvocati di parte civile, Pierpaolo Berardi e Monica Ferraris che hanno anche depositato la richiesta di risarcimenti danni morali e fisici.
Nell’udienza di ieri l’avvocato Console di Torino, che con l’avvocato Mirate difende Pettinato, ha invece affacciato il dubbio sulla sussistenza del reato di tentato omicidio mettendo soprattutto a confronto le versioni delle due vittime e sottolineando le contraddizioni nei racconti.
In aula era presente la famiglia di Pettinato che ha sempre seguito da vicino le sorti di Antonino arrivando, quest’estate, ad incatenarsi al tribunale per ottenere la scarcerazione dell’uomo, oggi ai domiciliari.

Daniela Peira

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