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Naufragio Costa Concordia: “Io c’ero”, il ricordo degli astigiani a bordo quella sera

Dieci anni dopo cosa è rimasto nella mente e nel cuore degli astigiani che vissero la tragica avventura al Giglio?

21:45:07 del 13 gennaio 2012: un’ora e una data di quelle che non si dimenticheranno mai perché segnano il momento esatto in cui è iniziato il naufragio della grande nave da crociera Costa Concordia davanti all’isola del Giglio che aveva avvicinato per fare “l’inchino”.
Dieci anni dopo la tragedia in cui persero la vita 32 persone di varie nazionalità e ne rimasero ferite 110, alcune anche gravemente, ripercorriamo in queste due pagine le testimonianze di tre famiglie astigiane che il naufragio lo vissero in diretta perché si trovavano sulla nave.
Per fortuna l’Astigiano non ha pianto vittime né feriti, ma il ricordo di quella tragica notte è ancora ben nitido in chi si è trovato improvvisamente sbalzato dalla spensieratezza dell’ultima cena prima del rientro ad un incubo durato ore su una nave che stava affondando nel buio e nella confusione che seguirono.
Simbolo della responsabilità di quella tragedia, da subito, fu il capitano Francesco Schettino accusato sia di non aver evitato l’incagliamento della nave, sia di averla abbandonata senza coordinare le procedure di emergenza. Oggi Schettino sta scontando in carcere una pena definitiva a 16 anni di reclusione anche se ha dato incarico ai suoi legali di avviare l’iter per chiedere la revisione del processo appellandosi anche alla Corte di Giustizia europea.
Nei giorni scorsi i giornali hanno riportato una lunga lettera della figlia di Schettino, Rossella, che difende l’operato del padre, soprattutto dal linciaggio mediatico seguito alla divulgazione della famosa telefonata del comandante De Falco all’1 di quella tragica notte.

In viaggio di nozze

Saranno anche passati dieci anni, ma per Marco Mondo e Rosetta Saia ogni volta che si avvicina il 13 gennaio, riaffiorano i ricordi di una notte da incubo.
E dire che invece avrebbe dovuto essere l’epilogo di una vacanza unica: il loro viaggio di nozze.
Invece. Invece Marco e Rosetta si trovavano a cena al ristorante dell’11.mo piano e avevano appena salutato il capitano Schettino quando, alle 11,40, sentirono un botto, si accorsero che la nave si stava “impennando”, hanno visto tutto scivolare su un lato intorno a loro e poi il buio totale.
«Mi vengono i brividi ogni volta che ci penso – racconta Marco dieci anni dopo – Il mio primo pensiero è stato quello di non separarmi da mia moglie, nella confusione e nel panico che seguì. Il buio, le urla, la nave piegata su un bordo, l’acqua che continuava a salire e noi praticamente “appesi” ad una ringhiera dell’11.mo piano con la consapevolezza che non saremmo stati salvati da nessuna scialuppa».
La salvezza di Marco e Rosetta fu uno dei tanti pescherecci dell’isola del Giglio in soccorso ai passeggeri. Ma il soccorso, per la coppia astigiana, arrivò solo alle 4,30 di notte.
«Fummo fra gli ultimi a scendere dalla nave, furono ore terribili in cui davvero non sapevamo se mai saremmo riusciti a farcela».
Testimoni di piccoli atti di eroismo, come spesso accade nelle grandi tragedie.
«Ad un certo punto ho dovuto aiutare mia moglie a salire su un balcone e non ce l’avrei mai fatta senza l’intervento di un cameriere filippino che non ha mai smesso di aiutare i passeggeri, senza sosta e senza paura. Se potessi rintracciarlo, vorrei ringraziarlo di cuore, ancora oggi».
Di ricerche di altri passeggeri presenti sulla nave come loro, Marco e Rosetta ne hanno fatta una: «Quando dovevo tirare su mia moglie, con lei c’erano anche una donna spagnola e sua figlia. Non potevo aiutarle tutte e ho scelto mia moglie. Per molto tempo ho vissuto con il pensiero di sapere che fine avessero fatto quella madre con la figlia e poi ho cercato fra le liste di passeggeri e le ho ritrovate fra quelle che, fortunatamente, se la sono cavata come noi. Sono momenti terribili, impossibile giudicare se non ci si è trovati sul posto».

 

«Mai più salita su una nave»

«Sono passati dieci anni ma quella sensazione di vuoto, di mancanza di sicurezze, diciamo pure di paura non mi ha ancora lasciato». Patrizia Bagnasco il 13 gennaio del 2012 era sulla Costa Concordia che, poco prima delle 22, urtò uno scoglio davanti all’Isola del Giglio che provocò uno squarcio nello scafo sul fianco sinistro facendo “appoggiare” la nave sul fondo marino. Ricorda l’echeggiare degli allarmi, le frasi concitate del personale, la confusione. Ricorda tutto. Ed è questo tutto che la frena. «Da allora non sono mai più andata in crociera. Anzi, debbo dire che non mi è mai più venuta la voglia di andare a vedere una nave in porto». Il figlio Alessandro, che era con lei quella sera, ha fatto un percorso diverso. «E’ giovane ed ha elaborato meglio la situazione, tanto che ha già partecipato ad altre crociere. Io, invece, non ci riesco». Patrizia Bagnasco ha assistito anche ad alcune sedute del processo che si svolse a Grosseto con imputato il comandante Schettino. «Durante quelle udienze sentii i tecnici parlare dell’urto: siamo stati fortunati, direi, poteva andare molto, molto peggio. Non sono stati momenti belli neppure quelli». Il dopo non è stato un percorso sereno. «Abbiamo fatto sedute da uno psicologo per rimuovere l’evento, anche se tutto non si può dimenticare. Se fossi su una nave? Avrei paura della notte, dopo quel che è successo».

Salvati dall’ultima scialuppa “caduta” in mare

Mariateresa è di quelle che vede il bicchiere sempre mezzo pieno. Sicuramente lo ha fatto per la tragica avventura sulla Costa Concordia vissuta con il marito Walter Rosso, panettiere di Castelnuovo Don Bosco e le due figlie Arianna e Alice che all’epoca avevano appena 7 e 10 anni.
Lei si trovava a teatro con le bimbe quando c’è stato il botto, la nave è piombata nel buio e ha iniziato ad inclinarsi. Il marito doveva tornare dalla cabina ma si trovavano distanti.
«Il primo colpo di fortuna l’ho avuto quando, tornata in cabina a cercare mio marito, ho afferrato una bottiglietta d’acqua che in seguito mi ha salvata da un fortissimo attacco di panico. Poi il ritrovamento per caso di Walter mentre con le bambine cercavamo, nel caos più totale, la porta di emergenza da cui scendere e quell’armadio sul ponte che conteneva i giubbotti di cui ha dotato le figlie che ne erano sprovviste. E, infine, il posto, per tutti e quattro, sull’ultima scialuppa ad aver lasciato la nave. Gli altri passeggeri sono rimasti per ore in attesa di essere calati con le funi sui pescherecci».
Dieci anni dopo i ricordi sono ancora molto vividi anche se la famiglia Rosso (tranne la figlia più piccola) ha voluto subito riprendere ad andare per mare.
«Già l’anno dopo, su richiesta di mia figlia grande, abbiamo fatto un’altra crociera, con amici, ma devo dire che non me la sono goduta – racconta Mariateresa – sobbalzavo ad ogni minimo rumore, ero sempre in allerta, ero spaventata».
Poi, con il passare degli anni, la paura si è attenuata e in questo decennio sono state quattro le crociere cui ha partecipato, l’ultima con arrivo proprio domenica, per la prima volta di nuovo tutti e quattro insieme.
«Certo in questi giorni i ricordi si accavallano – racconta – anche perchè in tv sono tanti i documentari e le testimonianze che vengono riproposte. In qualche caso ho rivisto persone che mi ricordavo di aver conosciuto a bordo, ma l’immagine trasmesse in alcuni documentari che mi fa rabbrividire di più è vedere, dal di fuori, la nostra scialuppa, l’ultima, che precipita in mare, in caduta libera, perchè le funi non riescono più a scorrere bene.
Ma per fortuna possiamo raccontarlo».

Testimonianze raccolte da Daniela Peira e Giovanni Vassallo

 

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